venerdì, marzo 02, 2007


ROCKY BALBOA

"E' la tua opinione che conta" dice una donna a Stallone, "e allora combatteremo", risponde Rocky. Deve averlo pensato veramene Sly prima di avventurarsi in un progetto tanto rischioso, quanto riuscito. Ma chi me lo impedisce? Si sarà detto. E come pensare il contrario, quando si è il più grande incassatore di colpi della storia del cinema. E infatti nasce dall'esigenza di una bella scorpacciata di cazzotti lo stimolo che porta Rocky a tornare al cinema, e di conseguenza a tornare sul ring; nonostante l'età (durante una conferenza stampa Rocky si becca la divertita denominazione di "Balbosauro"), nonostante la lunga inattività, nonostante il sarcasmo e l'ironia suscitate dalla perplessità degli esperti (siano essi critici cinematografici, o i loro alter ego allegorici, i giornalisti sportivi del film), nonostante la maladisposizione dei suoi conoscenti e la diffidenza delle istituzioni (sportive), Rocky ci riprova. Non può stare senza boxe. Soprattutto ora che si trova senza moglie (la famigerata Adriana è defunta) e senza affetti (il vecchio Paulie è allo sbando, il figlio non sopporta più il peso del proprio cognome). Soprattutto ora che l'America ha bisogno di un esempio di virtù, di coraggio e personalità, di speranza e umiltà, Stallone si ripresenta nelle sue vesti di icona.
Rocky è ormai un oggetto del passato, e, come tale, la sua vita contemporanea è completamente tesa nella memoria di esso, ed è dimentica delle esigenze del futuro, senza prospettive; così l'America, che il personaggio di Stallone ha rappresentato durante la guerra fredda, intestardita in uno contro uno che ha finito per sconfiggere l'avversario russo, il nemico per eccellenza (Ivan Drago), e che, dopo, senza avere il contrappeso adatto, ha perso il controllo della bilancia dell'ordine, perdendo di conseguenza la fiducia nel futuro (nel V episodio della serie, Rocky non riesce a trasmettere la sua esperienza alle nuovi generazioni, e abbandona sport e schermi). Il nuovo millennio vede Rocky nei panni di ristoratore e narratore di gesta epiche (le proprie). Ormai fuori dai meccanismi del business, dello sport, della società. Da questo punto di partenza, Stallone ha scritto, diretto e interpretato, un film inatteso, ma essenziale, intriso di retorica, cullato da sentimenti semplici, ma sinceri, e carico di un ardore unico, inconsueto; un film che esige totale umiltà da parte dello spettatore; e che mostra, senza patemi, una tenera, e lontana dal banale, urgenza di espressione; di comunicazione. Stallone, ormai svincolato dai propri personaggi secolari, è tornato a indossarne i panni gloriosi e antiquati, prosciugando le pretese di spettacolo, insite nel gioco cinematografico, e riversando tutta la sua passione, la sua inopinabile lucidità, nell'analizzare la natura ingenua e mortale dell'iconografia hollywoodiana.
Dunque, con intenzioni più che positive, Stallone allestisce con cura il suo gioco di specchi fra finzione e realtà, fra cinema e vita, fra Rocky e l'America.
La tecnologia. La nuova tecnica, spogliano Rocky della sua gloria, rinchudendone in cantina l'immaginario filmico, e lasciando ai posteri solo una fantomatica leggenda di trasmissione orale. Così il nuovo stile di boxe, il nuovo stile di vita, la nuova società del consumo spasmodico, il nuovo mondo dei computer, dei videogiochi e della simulazione, rifiutano categoricamente di credere ancora alle favole; un vecchio lento corpulento non potrà mai giocarsela alla pari con un giovane in un mondo così veloce e frenetico, tutto impegnato ad evitare e schivare i colpi e il dolore.
Rocky ha bisogno di dimenticare. Di trasferire le proprie paure e le proprie sofferenze dal passato al futuro. Spingerle sempre più lontano fino all'adilà e oltre. Togleirle di impaccio dal proprio cammino. Rocky vuole solo essere costretto a reagire. Costretto a soffrire nel fisico. Ad abbandonare la mente e i suoi affanni.
E allora torna sul ring per sfidare la nuova promessa della boxe, uno sfacciato, spaccone, campione, che ha vinto tutti gli incontri in carriera (33 su 33), ma che non ha vinto la diffidenza del pubblico, al quale non concede incontri più lunghi di trenta secondi. Per dare nuovo smalto ad uno sport in crisi di ascolto (e il cinema non se la passa poi tanto bene) un paio di furbi manager convincono Rocky ad affrontare il ragazzo in un incontro che faccia storia (ovvie le perplessità di Rocky, degli esperti, del pubblico, e forse soprattutto di Stallone).
Sly non vuole fare la storia, pure perchè lui l'ha già fatta, vuole solo un nuovo scossone, un nuovo stimolo; gli sbeffeggiamenti e gli insulti gli rimbalzano contro, così come le scazzottate del nemico; e più forti si fanno i colpi e più pesanti si fanno le offese, più il cuore di Rocky pompa entusiasmo e brama di libertà; più è il sangue che gronda a tappeto, più è dolce il futuro che lo attende; più sono i gong, più sono gli applausi, fin quando l'incontro non finisce e tutti si alzano in piedi, trionfanti nella partecipazione collettiva ad uno scampato massacro e alla vittoria dei buoni sentimenti, e Rocky finalmente rincojonito a dovere torna a significare qualcosa. Per l'America e per il cinema.


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