venerdì, marzo 02, 2007




“È preferibile non viaggiare con un morto”, Henri Michaux



Sicuramente questo, che voglio qui proporre, non è uno tra i film più conosciuti nella storia del cinema; nessun riconoscimento, nessun premio vinto, poca pubblicità. Mi sorge il dubbio che la stessa critica cinematografica non ne abbia ricordo alcuno (magari neanche notizia). Ma è un film molto interessante per chi si ritrova nei sentieri naturali di un “nouveau noire” onirico, caotico ed esistenziale.
Dead Man è la storia del viaggio ‘conclusivo’ di un uomo che si ritrova in una terra fisicamente e spiritualmente a lui estranea, lontana miglia e miglia dalla sua realtà. Un viaggio interminabile attraverso tutto il nord America di metà Ottocento porta il giovane William Blake verso l’estrema frontiera occidentale americana. Ad accoglierlo una città posta, sia fisicamente che spiritualmente, al punto opposto della civiltà umana. È l’inferno quello che attende il protagonista, e lì, in cerca di fortuna e lavoro, trova la sua morte, come gli viene predetto sul treno dal macchinista. Ferito al cuore da un colpo di pistola e in fuga da sicari demoniaci, William Blake (un Johnny Deep del tutto nuovo) incontra uno stranissimo indiano di nome “Nessuno”. Questi crede che Blake sia il defunto poeta inglese (1757-1827) che ben conosce e ammira. Nessuno trascina il giovane in situazioni ora comiche ora violente, e lo accompagna spiritualmente attraverso tutto il percorso di allontanamento dalla vita, dal suo corpo, oltre quelle “doors of perception” che il poeta visionario omonimo poneva davanti alla realtà infinita delle cose, dello spirito. Le circostanze fanno di lui, contrariamente alla sua natura, un fuorilegge ricercato e un assassino, mentre la sua esistenza fisica diviene sempre più labile. Scaraventato in un mondo crudele e caotico, a lui del tutto estraneo, come nel viaggio dantesco nell’oltretomba, il giovane Blake prende coscienza della fragilità che caratterizza il mondo dei vivi, delle loro ristrettezza di veduta, della loro crudeltà e del loro stretto legame con la materialità.
L’uso del bianco e nero rende il film ancor più imperniato di un velo di spiritualità e colloca la storia perfettamente all’interno di un mondo buio, violento e tragico. Afferma il regista Jim Jarmusch, autore di Stranger than paradise (‘84), Daunbailò, Mistery train, Tassisti di notte (‘91), Coffee and cigarettes (‘99):
«La ragione principale di tale scelta è che la storia parla di un uomo che fa un viaggio in un luogo dove non trova nulla di familiare. Il colore, soprattutto nei paesaggi, ci collega direttamente alle cose perché ne riconosciamo l’aspetto, perciò avrebbe compromesso l’elemento fondamentale della storia». Nel percorso di tutto il film c’è un cammino in allontanamento da quello che è il mondo materiale, che in realtà davvero non si conosce, verso un mondo che ne è agli antipodi. La scelta stessa del genere “western” non è stato un caso, come conferma il regista:
«Il Western è un genere buono per la metafora, ha radici profonde nelle forme narrative classiche. Spesso le storie raccontano di viaggi in posti sconosciuti e ignoti, e ruotano attorno a tematiche tradizionali come il castigo, il riscatto, la tragedia. Sono queste caratteristiche unite all’imprescindibile legame del Western con l’America nel senso più ampio del termine ad attrarmi a questo genere. Ma Dead Man non è un “western” tradizionale in effetti, il genere è stato solo un punto di partenza». Dead Man è la storia di un uomo che affronta il mondo circostante e, soprattutto, si confronta con se stesso e si confronta con la propria morte: è la storia della vita di un “uomo morto”. «La morte è l’unica certezza della vita e ne è allo stesso tempo il più grande mistero. Per Nill Blake il viaggio di Dead Man rappresenta la vita, per Nessuno è una continua cerimonia il cui scopo è riconsegnare Blake alla dimensione spirituale. Per lui lo spirito di Blake è finito nel posto sbagliato e in qualche modo è rientrato nella sfera della materialità. L’idea dell’indiano Nessuno che la vita è un ciclo senza fine è essenziale alla storia», chiarisce Jarmusch. La scelta di citare il personaggio di William Blake è dettata dalla vicinanza del poeta alle tematiche spirituali, visionarie e religiose presenti nella cultura delle popolazioni originarie del Nord America. Lo stesso regista dice: «Non so dare una motivazione precisa del perché tale scelta di soggetto. Posso solo dire che mentre leggevo libri degli indiani d’America sul pensiero degli indiani d’America, sono stato colpito dal fatto che molte delle idee e degli scritti di Blake sembravano usciti dall’animo di uno di loro. Questo è vero soprattutto per i “Proverbs from Hell” che sono citati dall’indiano Nessuno lungo tutto il corso del film».

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