
NEW YORK (PARTE SECONDA)
Inebriati dal fragrante odore di anno nuovo, e fomentati dalla fragrorosa speranza di una vita nuova, smettiamo per un mese (di transizione) di occuparci di musica elettronica datata, di vecchi groove che si mantengono in vita a stento, di rivoluzioni generazionli che non sempre fanno parte dei nostri cromosomi. Dopo aver analizzato la nascita dell'elettronica americana nell'east coast, e lo svilupparsi di alcuni fenomeni di massa come l'hip hop e la sua cultura di strada, per questa volta mi limiterò a raccogliere i frutti del seminato, favorito dalla contemporanea uscita di una serie di dischi che guardano molto da vicino alle nostre precedenti analisi e danno una fugace immagine di un 2007 che si appresta ad essere molto, ma molto "house oriented". Fermiamoci perciò un mese in più a New York, dove i locali sono in fibrillazione, dove l'hip hop ha stufato, e la gente ha bisogno di nuovi messaggeri di amore, di nuovi Cupido che usino i bassi come frecce e trafiggano il cuore del melting pot mondiale. Prima di approdare in Europa, dove viaggeremo comodi e rilassati nelle prossime puntate, volgiamo lo sguardo e prestiamo l'orecchio per un'ultima volta all'America, dalla quale ci allontaniamo lentamente a bordo di una confortevole nave da crociera.
ABE DUQUE
Come detto, questa volta parlerò di attualità. Eppure Abe Duque non è certo un novellino. Nato in Ecuador, gira per i locali di New York, come Dj, da ormai una quindicina di anni. Anni in cui ha operato dietro macchine e giradischi misconosciuto alla massa Refrattario di fronte alla promozione e alla sovra-esposizione del suo operato, si è distinto per la decisa mancanza di interesse per l'industria discografica, per il marchindising e la pubblicità, non solo quella forzata ed estrema. Abe Duque è sempre stato l'uomo dell'undergroung, l'incarnazione dell'underworld delilliano, portatore di differenze, mancanze, vizi e virtù del dopo guerra fredda. Per anni ha dato alle stampe dischi, senza mai sforzarsi di facilitarne la reperibilità, celato dietro nomi improbabili e distanti dalle icone mainstream (cose tipo Rancho Relaxo Allstars), limitandosi a mantenere viva la voglia di semplicità. Non solo musicale. Ma soprattutto spirituale.
Abe è un appassionato di Chicago House, ma il suo suono vibra anche di impazienza techno, di spazi e dimensioni alternativi al reale, che condividono la loro innata freddezza con la calda voglia di dance, un suono che prolifera come alieno, ma che si distingue come essenza della forza della natura. Abe è un collante fra possibilità tecnologiche e possibilità umane. Abe è il tramite, è l'amico fraterno di tutti che dialoga per mantenere la pace duratura, e che spinge e insiste perchè il connubio sia dolce e rilassato. Lo spirito è house, la tecnica è techno. La mentalità è underground (hip hop). Abe è la sintesi dell'america elettronica. Fatto sta che passa gli anni ‘90 senza infamia e senza lode, senza fama e senza frode. New York predilige suoni più cruenti, fin quando nel 2001, la cruenza raggiunge livelli esasperanti, soprattutto a livello personale per gli abitanti della città. Le due torri che crollano, le fiamme, ancor di più le ceneri, i cadaveri, il fumo e la nebbia, la desolazione: UN LUNGO MOMENTO DI RIFLESSIONE. E poi... le dichiarazioni di guerra.
Abe è un abitante di New York; Abe soffre come gli altri; un folle innamorato della Grande Mela; incazzato, ma non rassegnato. La guerra come reazione è la goccia che fa traboccare il vaso; la pazienza, virtù divina, può essere messa da parte, lasciata nell'Underground. Il corpo ha bisogno di emergere in superficie, portatore di onde di suono che sono amore e passione, che promuovono strette di mano e dialogo, che spingono ai margini della città l'aberrazione e l'alienazione. Abe è pronto a rispondere alla classe politica americana. Nel 2003 è in cabina di regia a produrre il disco di Dj Hell (storico nome dell'elettronica tedesca di casa a New York) "NY Muscle", il muscolo di New York che altezzoso e minaccioso pretende di assumere il controllo e prendere tutte le decisioni, gradite e non. Abe fa il suo sporco lavoro, con i fiocchi, e il disco di Hell sfreccia nel panorama discografico elettronico come la Ferrari di Schumacher. Hell è possessore di un'etichetta di livello e invita il buon ecuadoregno a mettere insieme il meglio della sua carriera e tramandarlo ai posteri grazie a una distribuzione che possa essere coerente, decente e proficua. Abe ci mette poco a compilare il best of dei suoi ultimi lavori: il disco prende il nome di "So underground it hurts" (esce nel 2005 per la Gigolo), titolo che dimostra la voglia di Abe di uscire da una situazione di stallo in cui aveva deciso di porsi e dalla quale vedeva fruttare decisamente poco. Così lontani dalla superficie fa male, molto male, soprattutto quando ti ritrovi in un momento della vita nel quale vorresti poter urlare ed essere in grado di sfogare a dovere la continua repressione attuata nei confronti delle tue idee. Il disco è un bomba assoluta. Il meglio in termini di house dall'inzio del millennio. Abe dopo pochi mesi di notorietà e molti anni di gavetta entra a far parte della storia della musica elettronica. Al suo fianco si cimenta nelle parti cantate di alcuni brani una voce storica della house di Chicago come Blake Baxter (che in cambio del favore si vedrà prodotto il successivo disco dal nuovo maestro newyorkiano "Poetry and Rhythm"); la traccia che manda in orbita l'album è "What happened?", retrospettiva storica sulle origini della passione per la musica elettronica, e ancor più per i suoi significati generazionali, nella quale Blake, stranulato, rap-poetizza la vaghezza della sua coscienza di sè e le poche certezze che si riassumono nell'innato amore per grooves, masse e flussi (di informazioni, emozioni, sentimenti, cedimenti, migrazioni), flussi che rappresentano il moto più intimo del globo e dei suoi abitanti. La musica di Abe è cruda ed essenziale, incentrata sull'epica narrativa del ballo, con un forte imprinting garage derivante dal desiderio di mantenere costante nella mente dell'ascoltatore l'idea di un live act; il lavoro di sampling risente note volmente della passione per il sound da vinile, e l'attenzione sull'accoppiata basso batteria che si riscontra nell'equalizzazione delle frequenze ne determinano un'identificazione fra i generi di elettronica quale Tech-House. La gente si risveglia e si chiede "New York, ma che cazzo è successo?". La risposta è semplice: Abe Duque è uscito dal letargo, è emerso dal sottosuolo, come un Godzilla sorridente e con i baffi, si è messo a scratchare i suoi perchè e a sminuzzare i suoi percome, presentandoci una sintesi degli anni a venire che ribolle delle viscere dell'underground di New York.
Alla fine del 2006, Abe ha pubblicato il suo secondo disco, mantenendosi in perfetta linea retta con il precedente lavoro, continuando a cesellare i materiali old skool techno e house, con particolare attenzione sui livelli acidi chicaghiani di quest'ultima, e continuando anche nella sua collaborazione con Blake Baxter. Il disco si chiama "When the fever breaks", e possiede brani di grandissima classe e potenza, sia fisica che spirituale, con i venti minuti della title track che trasmettono uno stato di assoluta trance sonora, aiutato in questo dal supporto di un vecchio collabortatore come Gene Le Fosse (suo compagno all'inizio della carriera nei Program 2). La strada è stata intrapresa a passo spedito, e ora chi lo ferma più ad Abe Duque?
L'ANNO DELLA GARAGE HOUSE
Abu Duque ha dunque riportato in auge New York come casa madre di un nuovo suono elettronico, che si avvale della storia elettornica afroamericana per riavvicinarsi al resto del mondo. Il crossover, in elettronica ha come sinonimo Garage. La Garage house, fenomeno che spopola nel 2006 a New York, anche grazie alla vitalità di dj quali Quentin Harris, Dennis Ferrer e Mr. V, è il nuovo genere di musica suonata nei locali. Il nuovo afflato di freeform musicale che si proietta nel nuovo anno come la vera alternativa alla stanca e stancante electro teutonica. Gennaio 2007 è caratterizzato dalle uscite discografiche dei tre ragazzi appena menzionati, che con la loro tempestività e contemporaneità affermano vigorosamente la fame di successo e la smania di predominio.
Quentin Harris è di Detroit, ma fino all'approdo a New York, è un appassionato di hip hop, ancora non troppo ambizioso. L'impatto con la scena garage di New York, in particolare con i dj set di Danny Tenaglia e Junior Vazquez, sconvolgono l'animo del ragazzo, che nella cultura clubbistica sente di aver trovato la propria luce, la maschera che ne riproduce i tratti somatici a perfezione, l'unica che lo faccia sentire veramente sè stesso. Per Quentin la "House è un ombrello, e tutti i generi si trovano sotto questo ombrello", la sua musica non sfugge alla canonicità dell'imprevidibile che è insito nel termine house, e nella sua origine. Il primo brano che dà alle stampe è Let's be young (2005), nel quale privilegia il formato ‘canzone’ dando un profumo di rinnovamento alla classicità del sound, l'obiettivo è quello di non lasciare che New York perda la propria identità musicale; a New York sono sorti i primi club di dance music, dove Larry Levan faceva impazzire le folle del Paradise Garage; ma poi ci sono stati l'hip hop, l'11 settembre, la paura, il disiorentamento. Quentin sente il bisogno di ricostruire la tradizione per mantenere vivida e chiara l'immagine dell'identità, delle radici, "creare le premesse perchè (noi che facciamo house) si possa tornare a dialogare con l'industria discografica". Il disco uscito da poco si chiama "No politics". All'interno spiccano i tre brani strumentali, che sono apoteosi di contaminazione, con meravigliose tinte jazz che cospargono l'arcobaleno sonoro di miriadi di soli luminosi che muovono il corpo e l'anima dell'ascoltatore fino a seducenti visioni di paradisi caldi ed accoglienti, luoghi ancora mai avvicinati dalla musica elettronica, che in tracce come Haunted incontra nuove dimensioni extrasensoriali, impercettibili frantumazioni di ogni forma di desiderio, ed agognate esplosioni di ansie e tormenti.
A dare una mano al progetto di ristrutturazione e riproposizione della tradizione house newyorkese profilato da Quentin Harris, arrivano le uscite di Dennis Ferrer e Mr. V, rispettivamente "The world as i see it" e "Welcome home". Dennis Ferrer si denota per lo smisurato eclettismo del suo stile, che pieno di suggestioni etniche spesso incontra anche deep techno e ambient. E' comunque la house il genere nel quale rifulge la sua massima capacità espressiva, nella quale si accosta molto alle sonorità dei Blaze, un gruppo di elettronica molto debitore del linguaggio soul, per i quali ha remixato Most precious love nel 2004, brano grazie al quale ha iniziato a costruirsi un nome. Una volta all'interno del giro giusto, Kerri Chandler lo ha preso sotto la propria ala protettrice e gli "ha fatto capire che in un disco la cosa importante è la cadenza, un pezzo house deve farti muovere la testa al punto che non realizzi neanche che lo stai facendo", lo ha, bene o male, educato, svezzato. Finito il tirocinio, una volta note le possibilità della house, Ferrer ne ha esplorato ogni meandro alla ricerca della perfezione, sempre in nome della fedeltà. Evidente come nell'approccio "purista" venato di etnicità Dennis Ferrer trovi un'identificazione maggiore con il sound degli anni 90, di nome tipo Masters at work, Frankie Feliciano, Jovonn.
Victor Font, in arte Mr. V, è un ragazzo di Manhattan, che ha iniziato a maneggiare dischi alla tenera età di 14 anni, ha viaggiato in giro per il mondo alla ricerca di opportunità, fin quando, l'anno scorso, il suo nome è esploso grazie al featuring vocale che ha amichevolmente inciso sul brano di Louie Vega V gets jazzy. Victor è pronto a liberare le sue passioni, e inizia a produrre pezzi in continuazione, sfruttando le sue capacità di rapper, e la sua passione per la house; ampliando anche a generi nemici la copertura dell'ombrello house, Mr. V dà la possibilità alla nuova garage house di prendere lo scettro del potere; il garage nel suo istinto di genere crossover, ha l'esigenza di passare attraverso tutto ciò che permea una cultura, e nel caso degli afroamericani, l'hip hop ne è ormai parte integrante, se non addirittura preponderante; Mr. V è il lato anarchico della nuova scena dei club new yorkese, è lo spirito libero, non proteso verso l'alto come Quentin Harris, ma esteso in un abbraccio immenso, a disposizione del popolo, è il lato più pacifico e diplomatico, che vede in New York lo specchio del mondo e nell' 11 settembre un'occasione per migliorare. Il suo disco "Welcome Home", in questo senso, non perde l'occasione di abbracciare tutti i generi che rientrano nelle sue corde, e lo fa con grande controllo dei limiti che servono per mantenere comunque omogeneità. Deep e jazzy nel profondo, hip e house in superficie; Mr. V ci ospita nella sua terra e ci racconta le sue radici con garbo ed energia, un importante alternativa alla ormai rabbiosa e dispettosa accoglienza di un paese in cerca di identità.
DISCOGRAFIA CONSIGLIATA
Abe Duque -So underground it hurts- (International Deejay Gigolo Records, 2005)
Abe Duque -When the fever breaks- (Abe Duque Records, 2006)
Quentin Harris -No politics- (2cd Pony Canyon, 2007)
Dennis Ferrer -The world as I see it (2cd Defected, 2007)
Mr. V -Welcome Home- (Defected, 2007)
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