
COMMANDO ULTRÀ CURVA SUD
1977-2007: trent’anni fa nasceva uno dei gruppi storici del tifo romanista
Il 9 gennaio di trent’anni fa fu esposto per la prima volta, a coprire uno dei muretti della Curva Sud dello stadio Olimpico, uno striscione rosso lungo ben quarantadue metri, che portava su scritto a parole cubitali: COMMANDO ULTRÀ CURVA SUD. Era lo striscione distintivo di quello che sarebbe divenuto, di lì a poco, uno dei gruppi storici del tifo romanista, se non anche una delle pietre miliari nella tradizione del tifo organizzato.
Portatore di una nuova concezione di passione calcistica, o meglio cantore di un ‘amore’ totale e indiscutibile (uno dei motti principali del Commando recitava proprio “la Roma non si discute, si ama”) nei confronti della propria squadra del cuore, della sua maglia e dei colori della squadra giallorossa.
Da qualche anno oramai il CUCS si è fatto da parte; un passaggio di consegne naturale e ovvio per la legge del tempo, perché “the times they’re a changin”, come ripeteva una canzone di Bob Dylan. Al suo posto si sono fatti avanti nella curva romanista nuove realtà, totalmente differenti, nuove guide, nuove generazioni, e magari anche nuovi valori. Nessun giudizio, nessun confronto, solo epoche diverse, diversi contesti sociali, generazioni differenti. Ma prima di lasciare quel suo vecchio muretto, il CUCS è stato capace di insegnare al mondo delle tifoserie (quanto meno) come si è ultrà: dai mitici tamburi ai bandieroni giganteschi sventolati sotto la curva, dai cori continui e instancabili alle coreografie spettacolari grandi quanto tutto lo stadio.
Ormai per alcuni una nostalgia, qualcosa che continua ad esistere solo nella mente.....vecchi ideali o vecchi ricordi. La curva, il gruppo, gli amici, ogni domenica tutti insieme già prima della partita: «C’è stato un tempo in cui il popolo è stato al potere, in cui ti sentivi parte di una comunità mai vista prima», ricordano alcuni. E quella comunità era stata capace di sopravvivere al suo contesto, era come un sogno vissuto in una realtà cupa e “di piombo”. La curva si riempiva come sempre, si stava tutti insieme a cantare, ragazzi disparati, padri di famiglia, donne. Nessuna teoria socio-politica, nessuna ideologia, solo tanta passione. «C’erano i ragazzi degli anni Settanta, figli dei Sessanta, anni in cui iniziava la contestazione, contro padri e padroni, sistemi e convenzioni». Erano anni di lotta politica e di guerriglia sociale. «Ma tutto questo restava fuori dai cancelli dello stadio, fuori dal gruppo. Dentro si respirava un senso di aggregazione, socializzazione, ribellione; valori tirati fuori in strada, la voglia di cambiare e, soprattutto, di stupire. Soprattutto di stupire chi non capisce (e neanche all’epoca capiva) come un ragazzo di destra e un altro di sinistra, proprio in quegli anni lì, separati da tanto per la strada, si ritrovavano dietro un megafono a far cantare e a cantare, uniti dietro quello striscione: COMMANDO ULTRÀ CURVA SUD». Perché “la Roma è uno stato mentale”, dicono ancora quei ragazzi. Ed erano uniti dal loro amore per quella maglia, sotto quei colori. Il Commando Ultrà era un popolo unito, una comunità, un segno di riconoscimento; «non importava chi fossi, cosa pensassi o cosa facessi, bastava il sentimento». E ce n’erano molti, «alcuni solo un numero, una voce, un tamburo, un fumogeno, una torcia; il ricco e il “borgataro” a cantare fianco a fianco, con la voglia di conquistare il mondo, con la Roma nel cuore». Perché il CUCS riproduce “er popolo, no quello der cortello, ma quello che fatica fra mazzo e l’allegria”. «Era una comunità che si ritrovava ogni volta, che aspirava alle stesse cose, che realizzava se stessa soltanto nella contemporanea realizzazione degli altri. Quando l’abbraccio era abbraccio e il calcio tutta un’altra cosa: era più vero». Il Commando era una di quelle cose che sembrano esserci da sempre e hai l’impressione che non possano finire mai. “Era il tempo in cui il popolo è stato al potere e con quel potere ha detto «ti amo»”.
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