
Per le strade di Sarajevo
È bella la vita dentro un catino?
Sarajevo 04/01/07. Raggiungere Sarajevo non è facile. Un’unica strada a due corsie si inerpica per i rocciosi Balcani costeggiando il fiume Neretva per più di cento Km. Il paesaggio è brullo, arido, selvaggio, affascinante; case in pietra di paesi incastrati nella nuda roccia sbucano a destra e a sinistra della strada; campanili e minareti sembrano sfidarsi nei cieli di questa nazione ancora religiosamente divisa. La povertà e le tracce della guerra si percepiscono nell’aria, abitazioni distrutte si alternano a case in costruzione e costruzioni incompiute; le distese di prati incolti sono rare perché gran parte dello spazio disponibile è stato adibito ai cimiteri musulmani, testimonianza evidente della violenza di un conflitto che ha decimato migliaia di famiglie. La strada si inerpica su per i monti, fino a raggiungere altezze considerevoli, l’aria è fredda e tutto intorno alberi e case sono ricoperti di neve; l’arrivo a Sarajevo mi coglie impreparato. Imprigionata in una valle e circondata dalle montagne, Sarajevo appare all’amprovviso immersa in una nebbia grigiolina causata dal troppo smog. In Bosnia, infatti, esiste ancora la cara vecchia benzina e le automobili con marmitte catalitiche sono l’eccezione piuttosto che la normalità. Agli occhi di chi non ha mai vissuto la guerra e di chi è abituato alle comodità e alla modernità delle capitali europee trovarsi ad attraversare la periferia di Sarajevo lascia strane sensazioni: sembra di esser tornati indietro nel tempo, quando il mondo era diviso in due blocchi – sovietici contro americani. La prima immagine che la mia memoria richiama è la Berlino anni ‘80 del film “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”, vedo scorrere alla mia destra e alla mia sinistra le classiche costruzioni dell’architettura comunista - palazzoni grigi squadrati senza alcun fascino, anche le automobili – per la maggior parte Ford degli anni ’80 - sfrecciano all’impazzata in tutte le direzioni e tram color verde militare – regalo della Germania (in Italia non se ne vedono più da almeno vent’anni) - attraversano lentamente la città.
Non avevo mai osservato con tanta attenzione i muri e le facciate dei palazzi come a Sarajevo: fori di tutte le dimensioni decorano la maggior parte delle costruzioni (alcune sembrano vere e proprie groviere): in alcuni casi tracce di stucco bianco mascherano i segni dei proiettili, in altri non si è potuto applicare nessun rimedio perché sono crollate addirittura le fondamenta.
Costeggiando il fiume Miljacka si arriva al centro della città. L’architettura dei palazzi diventa più classica, gli enormi blocchi di cemento fanno gradualmente posto a costruzioni in stile Vienna, anche se i segni della guerra sono ancora evidenti. La via principale non ha niente da invidiare ad una qualunque via principale di una qualunque città europea: negozi di ogni tipo, ristoranti e caffè sono situati su entrambi i lati della strada; manca tuttavia nell’aria il tipico odore del McDonald’s che si trova in ogni via commerciale di ogni città europea. Scopro con mia grande sorpresa che a Sarajevo non esiste il McDonald’s, la ragione è semplice: non riuscirebbe a competere con il bassissimo prezzo del piatto tipico bosniaco – i cevapi. La via culmina in uno slargo al cui centro è situato un fuoco, una fiamma sempre accesa, memoria ai caduti della guerra; è inverno e la gente ne approfitta per scaldarsi. La camminata continua, in direzione Bašcaršija – la città vecchia. Ogni tanto passa qualche militare in divisa, l’ONU ha lasciato infatti ancora qualche contingente - altro modo per far sì che la memoria non si spenga - e così si vedono sfilare spagnoli, tedeschi e sloveni, dediti a fare shopping insieme alle rispettive mogli.
Ecco che di colpo la città cambia ancora, sono arrivato nella città vecchia: case basse dai muri in pietra bianca e dai tetti in legno e, a terra, blocchi di pietra irregolari compongono vie strettissime e affollatissime. La guerra fortunatamente ha lasciato intatta la città turca e così Bašcaršija può essere ammirata in tutto il suo splendore. Non sembra più Sarajevo, non sembra nemmeno di trovarsi in questo secolo tanto è stato conservato meravigliosamente il cuore della città; la moschea "Husrev-begova", la più importante costruzione islamica di tutta la Bosnia-Erzegovina, è il pezzo pregiato della città vecchia. Ai confini di Bašcaršija, lungo il fiume Miljacka si trova la biblioteca – meta della mia passeggiata - e forse icona di tutta la guerra. La biblioteca nazionale ospitata in un edificio moresco, fu bruciata per tre giorni e tre notti insieme al patrimonio inestimabile di libri che i serbi volevano annientare; gli abitanti di Sarajevo ricordano ancora le pagine incenerite che per giorni, spinte dal vento, volavano per le vie della città; anche qui la sensazione è forte, soprattutto se si ascolta il racconto da chi ha vissuto la guerra in prima persona e se si osservano gli occhi di chi ha vissuto la guerra in prima persona.
La passeggiata finisce mentre la neve inizia a cadere sulle strade e sui tetti di Sarajevo.
Sicuramente a livello turistico la capitale della Bosnia non offre monumenti maestosi, non richiama eserciti di giapponesi, non ha una vita notturna all’altezza di una Barcellona o di una Londra, ma quei fori sui muri dei palazzi, quelle macchie rosse per terra (segno delle bombe lanciate dai serbi), quei minareti imbiancati di neve, e soprattutto quella gentilezza di chi pur non avendo niente ti offre tutto, e quegli occhi malinconici di ragazzi molto più vecchi della loro età, rimangono stampati nel cuore e nella memoria più di cento Big Ben e Torri Eiffel.
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