venerdì, marzo 02, 2007


L’arte del Tattoo




Di questi tempi è arduo se non quasi impossibile passeggiare su di una spiaggia senza vedere corpi disegnati e colorati. Persone di tutte le età, sesso e ceto sociale espongono sui propri corpi tatuaggi dalle diversissime forme e disegni. La moda, come spesso accade, ci ha fatto riscoprire una antichissima arte dell’essere umano, una pratica socio-culturale che sembra risalire ad oltre 5000 anni fa.
Oggi avere un tatuaggio significa per alcuni semplicemente seguire la moda, decorare il proprio corpo principalmente per un fatto estetico e nulla più; per altri il tatuaggio è un modo per comunicare in modo diverso e rivelare magari aspetti più profondi di se stessi; per altri ancora è un atto di ‘trasgressione’ (se può ancora essere definito tale) verso una “condanna” sociale. Di fatto oggi l’atto di farsi incidere la pelle è l’ennesima impresa di ricerca della volontà che vuole affermare la propria identità, qualsiasi essa sia.
Ma qual è la storia di questa antica usanza dell’essere umano di ornare il proprio corpo?
Certamente i motivi che hanno indotto secoli addietro e ancora oggi inducono gli uomini a tatuarsi sono diversi e strettamente legati alle realtà storiche, sociali e religiose a cui ognuno di essi appartiene. In tempi molto lontani, e ancor oggi presso alcune popolazioni, il tatuaggio funge da amuleto contro gli spiriti malvagi, contro pericoli e malanni. In altre culture esso è parte fondamentale di riti iniziatici o esprime devozione e fede religiosa. Il tatuaggio può essere anche un segno nobiliare o gerarchico che stabilisce il ruolo o l’appartenenza dell’individuo ad un particolare rango della società; oppure un modo per marchiare gli schiavi, i prigionieri e/o i criminali, come avveniva nell’antica Roma. Per secoli è stato visto come simbolo della marginalità e della trasgressione, quindi mal visto dalla società occidentale. Alfabeto dell’emarginazione per marinai, carcerati e prostitute, oggi ha riacquistato consenso e diffusione ed è stato rivalutato addirittura come forma d’arte.
Il termine tatuaggio è di origine polinesiana e deriva dalla parola Tattow (poi Tattoo) o “tau-tau”, onomatopea che ricorda il rumore prodotto dal picchiettare del legno sull’ago per bucare la pelle (era la tecnica principalmente utilizzata nell’antichità). Il significato del termine è appunto quello di “marcare con segni”, “scrivere sul corpo” ed è stato introdotto nel vecchio continente nel 1769 dal Capitano inglese James Cook dopo un viaggio di esplorazione delle popolazioni delle isole polinesiane.
La testimonianza più antica ci giunge dal confine italo-austriaco dove nel 1991, sulle alpi Otzalet, venne rinvenuto il corpo mummificato, ottimamente conservato dal ghiaccio, di un uomo che gli specialisti hanno datato a circa 5300 anni fa. Otzi, questo il nome con cui è stato registrato, presenta su varie parti del corpo dei veri e propri tatuaggi. Sono linee verticali di colore nero ottenuti sfregando carbone polverizzato su incisioni eseguite sulla cute. I raggi X degli scienziati hanno rivelato degenerazioni ossee proprio in corrispondenza di questi tagli, tanto da far pensare che tale pratica di tatuaggio fosse attuata in quel tempo a scopo terapeutico, per lenire i dolori.
Le pitture funerarie dell’antico Egitto mostrano tatuaggi sui corpi delle danzatrici, decorazioni rinvenute anche su alcune mummie femminili (2000 a.C.).
I Celti adoravano divinità animali quali il toro, il cinghiale, il gatto, gli uccelli e i pesci e in segno di devozione se ne tracciavano i simboli sulla pelle.
Presso gli antichi romani, che credevano fermamente nella purezza del corpo umano, il tatuaggio era vietato ed adoperato esclusivamente come strumento per marchiare criminali e condannati; solo in seguito, durante le guerre contro i Britannici che portavano segni tatuati come distintivi d’onore, alcuni soldati romani cominciarono essi stessi a tatuarsi sulla pelle i propri marchi distintivi.
Fra i primi cristiani era diffusa l’usanza di osteggiare la propria fede religiosa segnandosi la croce di Cristo sulla fronte. Successivamente, nel 787 d.C., Papa Adriano proibì l’uso del tatuaggio per i cristiani. Nell’undicesimo e dodicesimo secolo i crociati portavano sul corpo il marchio della Croce di Gerusalemme, poiché questo permetteva loro, in caso di morte sul campo di battaglia, di ricevere la dovuta sepoltura secondo i riti cristiani.
Nei primi anni del 1700 i marinai europei vennero a contatto con le popolazioni indigene delle isole del Centro e del Sud Pacifico, zone in cui il tatuaggio aveva un’importante valenza culturale. Infatti era nell’uso della popolazione tahitiana che le donne, raggiunta la maturità sessuale, fossero tatuate di nero sulle natiche.
Gli hawaiani, quando erano sofferenti, si tatuavano tre punti neri sulla lingua.
In Borneo gli indigeni si tatuavano un occhio sul palmo della mano come guida spirituale che li avrebbe aiutati nel passaggio all’aldilà.
A Samoa era diffuso il “pe’a”, tatuaggio su tutto il corpo che richiedeva ben cinque giorni di sopportazione del dolore come segno di prova di coraggio e forza interiore. Chi riusciva nell’impresa era onorato con una grande festa.
Ancora in Nuova Zelanda i Maori firmavano i loro trattati disegnando fedeli repliche dei loro “moko”, tatuaggi facciali personalizzati. Questi moko sono usati tutt’oggi per identificare il tatuato come appartenente ad una certa famiglia o per simbolizzarne le conquiste ottenute nell’arco di tutta la sua vita. Negli anni venti dell’Ottocento era diffusa la macabra usanza da parte degli europei di barattare pistole con teste tatuate di guerrieri Maori. Tanto si sparse questa efferatezza che, per far fronte alla continua domanda, i commercianti di schiavi arrivarono addirittura a far tatuare gli indigeni catturati in battaglia per poi ucciderli e venderne le teste. Solo nel 1831 il governo britannico finalmente dichiarò illegale l’importazione di teste umane.
In Giappone il tatuaggio era praticato fin dal V secolo a.C., a scopo estetico ma anche a scopo magico e per marchiare i criminali. È curioso sapere che la nascita dei bellissimi tatuaggi orientali che tutti oggi si conoscono è dovuta all’imposizione nell’antico Giappone di dure leggi repressive che vietavano alla popolazione di basso rango di portare kimoni decorati. In segno di ribellione iniziarono a diffondersi tra la popolazione debole enormi tatuaggi ornamentali che coprivano interamente il corpo.
È nel 1891 che l’inventore newyorkese Samuel O’Reilly brevetta la prima macchinetta elettrica per tatuaggio, rendendo improvvisamente obsolete le tecniche tradizionali, più lente e più dolorose. Negli anni Venti del Novecento alcuni circhi americani assunsero più di 300 persone tatuate da capo a piedi come attrazioni per il pubblico.
Per tutto il secolo i tatuaggi diventano marchio di minoranze etniche, marinai, veterani di guerra, malavitosi, carcerati (non possiamo non ricordare tristemente quelli di riconoscimento attuati dalle forze naziste nei lager di sterminio), considerati indici di arretratezza e disordine mentale. Solo negli anni ’70 e ’80 movimenti metropolitani quali i punk e i bikers adottarono il tatuaggio come simbolo di ribellione ai precetti morali predicati dalla società.
Che abbia una valenza puramente estetica, o che sia impresso a ricordo di un momento importante della propria vita, o ancora esprima la volontà di un ritorno alle origini, a valori antichi e profondi che la società moderna sembra avere dimenticato, il tatuaggio vive oggi un momento di grande rinascita, liberato finalmente (o quasi) dalla coltre di pregiudizi che da decenni lo macchiavano.

1 commento:

Tatuatori.it ha detto...

Salve! Chiederei gentilmente di riportare il calce all'articolo la fonte utilizzata per i testi, corrispondente alla pagina originale: http://www.tatuatori.it/storia-tattoo

Un cordiale saluto,
tatuatori.it