venerdì, marzo 02, 2007


De Chirico

Il 28 Gennaio si è conclusa a Roma la mostra che la galleria Mucciaccia ha dedicato esclusivamente ad uno dei più grandi, insoliti e geniali maestri della pittura del Novecento, Giorgio De Chirico.
Nelle sale che si affacciano discretamente in una piazza dell’Aracoeli sovrastata dal gigantesco e neoclassico Vittoriano, una trentina di quadri del pittore “greco”, tra l’altro così tanto affezionato a Roma, hanno trovato largamente posto tra le mura ben illuminate del cinquecentesco palazzo “Muti Bussi”.
La mostra, nel complesso gradevole, gratis per i visitatori, curiosa nella disposizione delle opere stesse, è da considerarsi comunque un vero fiore all’occhiello tra quelle che il mese di Gennaio ha potuto offrire ai Romani e ai turisti appassionati di arte.
Le opere presenti lasciavano spaziare il visitatore dai famosissimi e classici paesaggi metafisici del maestro, a quelli certo meno noti, assai più naturalistici, e forse anche più enigmatici e suggestivi dei primi. Accanto a quei simbolismi tanto conosciuti e così tanto proposti da De Chirico – come ad esempio nel presente “Le muse inquietanti” o nell’altro capolavoro che si poteva ammirare “Interno metafisico con grande fabbrica” – era notevole la presenza di quei quadri minori, che fortemente sono intrisi di atmosfere, stili e rappresentazioni che riportano immediatamente a quelle di altri maestri, dell’arte del cinquecento, del romanticismo inglese, del pointillisme ed impressionismo francese.
Se osservando i più famosi quadri metafisici rimane il dubbio di non aver appreso tutto quello che c’era da apprendere, come se tutti quegli oggetti presenti rimandassero a delle alchimie segrete (si pensi alle bacchette e agli altri strumenti come il goniometro e il compasso, tanto vicini alla tradizione Massonica), in quegli altri quadri dove invece la natura fa da protagonista, la domanda che assale è se la malinconia che se ne trae sia un’atmosfera di questa terra o di chi sa quale mondo nascosto; non ci si può non chiedere se i paesaggi naturali ritratti, siano veramente reali, per le emozioni che generano, o solo parte di un mito, di un sogno, che lasciano perciò intendere e respirare delle emozioni che potremmo dire mutilate vista la loro origine irreale.
Così malinconici da riuscire a sconvolgere l’animo alla prima visione, i paesaggi caratterizzati da quegli elementi estranei, come le colonne greche in riva al mare o anche i personaggi che li popolano come strani cavalli e nudi cavalieri, non possono che riportare ad un’affinità con un altro grande maestro del ritorno all’ordine figurativo del novecento, quel Magritte che in una maniera forse meno profonda ma altrettanto forte, spiazza, mostrandoci non proprio il solito aspetto della realtà.
L’evento, con la cura, su testi, del professor Paolo Baldacci, ha visto edito anche un catalogo dato alle stampe da Mucciaccia Editore, il quale potrà indubbiamente affrontare la questione con una maggiore attenzione ed un estesa chiarezza che qui non può trovare spazio.
Unica grave pecca, fatto assai curioso, che perciò caratterizzava l’evento e che non si può fare a meno di segnalare, stava nell’assenza delle classiche targhette indicanti il titolo del quadro, la data di realizzazione, la grandezza della tela, la tecnica usata, cioè insomma nell’assenza di tutte quelle preziose informazioni che sono la carta d’identità del quadro stesso.
Non si capisce come mai possa essere stato omesso un elemento tanto essenziale, per i pittori quanto per i critici ed i profani d’arte, che quasi riduce un importante evento d’arte, in una visita ad un salotto del centro, certo così insolitamente e preziosamente arredato!
Purtroppo il ricordo di questa nota dolente non può lasciare del tutto convinto un visitatore, anche non troppo esigente, e la sensazione che debbo dire di aver personalmente provato all’uscita della mostra, in questo modo, è stata quella di aver partecipato ad un evento passeggero, quasi evanescente, che di certo non corrisponde all’importanza critica che in verità gli si dovrebbe attribuire.
Una sensazione di amaro e di delusione che solo a freddo si riesce a coprire col ricordo di emozioni ben più forti e trascinanti i cui quadri del maestro sanno portare a galla.
Massimiliano Matarazzo

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