Massimiliano Matarazzo
Ripeterete fisicamente la nota scena della scalinata di Odessa tutti i Sabato pomeriggio fino all’età pensionabile… i limiti della città Potemkin!
- Si dice che se si prende un pentolino con dell’acqua dentro e ci si mette una rana viva e vegeta, e se si fa in modo che la temperatura dell’acqua si alzi solo di mezzo grado ogni ora, pare che si veda la rana non dare grossolani segni di insofferenza (forse più per le ristrettezze del luogo in cui è costretta!!!), ovvero che si abitui tranquillamente alla temperatura via via sempre più torrida ma che dopo qualche ora, ci possa trovare con una bella rana lessa!
Non vorrei usare questo noto esempio per fare la più frequente similitudine tra questo sistema di adattamento naturale e l’aumento della temperatura climatica sulla nostra Terra, esempio ben più clamoroso usato spesso da preoccupati e preoccupanti ambientalisti, ma vorrei farlo mio più in generale per metterlo a confronto con il più complicato sistema di interazioni sociali al quale noi “cittadini del mondo moderno” siamo abituati da un po’ ormai, o al quale gradualmente ci stiamo di certo abituando. Questo tema è pressoché un filo diretto con una domanda un po’ strana, estrema direi, che suona più o meno così: “è meglio odiare o restare del tutto indifferenti?!”.
Penso a quello che ci succede oggi: ogni giorno, magari attraversando la città, ci lasciamo alle spalle situazioni che solo al pensiero ci potrebbero far imbestialire per mesi interi, magari una macchina che apre lo sportello senza pensare al motorino che sopraggiunge, magari vedere ferma in doppia fila una macchina parcheggiata con non curanza su di una strada sempre scorrevole, o magari ancora, una persona costretta a suonare il clacson della propria auto insistentemente perché qualcun altro ha lasciato la macchina in seconda fila in modo da non fare uscire nessun altro dal parcheggio che le sta dietro. Tutte scene cui siamo abituati a vedere forse anche tutti i giorni, e che il più delle volte, praticamente sempre, vediamo risolversi nei vari casi in una schivata dello sportello da parte del motorino con il seguirsi silenzioso o a mezze parole gridato da lontano di un “Ma che sei matto!?!”; in un’imprecazione continua all’interno dell’auto in coda per il ristringimene della corsia a causa della macchina in seconda fila; o per finire ad un “oh, mi scusi, non l’ho sentita, ero proprio qui al bar per delle informazioni!” ed un tacito acconsento da parte del mal capitato.
Non voglio parlare in questo senso di questa situazione sia chiaro, che non può che concludersi tra noi con : “ma che ci vuoi fare, Roma è grande, confusionaria, i parcheggi non ci sono e la gente non può in mezzo a tutto questo stare sempre attenta a tutto. Capita che ci si distragga!”
E a chi non può capitare…
E se le piazzassimo su questioni politiche quali sono, risulterebbero sterili lamentele fini a se stesse… non siamo del campo, non stiamo noi in politica!
Il succo del discorso è un altro: noi così come la rana abbiamo deciso, consciamente o inconsciamente, di eliminare quasi del tutto come nostro problema l’aumento dell’indifferenza verso situazioni che, potenzialmente sarebbero pericolose, e comunque nocive per il nostro benestare (per quella che è la nostra integrità a qualsiasi livello la si veda). Se il problema non fosse che quando la situazione ci tocca, noi stessi, in maniera reale, primo non sappiamo più come comportarci nei limiti della civiltà scoprendoci o incapaci di reagire in qualsiasi modo o addirittura fin troppo aggressivi verso l’altro, secondo ci accorgiamo improvvisamente quanto impotenti siamo diventati (comunque noi reagiamo) di fronte un meccanismo così perverso di indifferenza nei confronti dell’altro, che non riusciamo più lontanamente a fermare o a sconvolgere senza passare per pazzi, con il quale dobbiamo anzi necessariamente convivere, se non fosse per questo insomma non sarebbe certo neanche un nostro problema…
Così noi passiamo le giornate a fare più o meno finta di non sentire il peso di situazioni che poi a volte aumentando di intensità ci crollano addosso in tutta la loro gravità.
Abbiamo visto mille volte la disattenzione tra i lavoratori trasformarsi in incidenti, l’incuranza verso le altre persone generare diffidenza e menefreghismo se non spesso il dilagare sottaciuto della delinquenza. Insomma si viene clamorosamente a notare come una grande città diventi sempre più insopportabile, o come noi la riteniamo sempre più di situazioni insostenibili, che poi è lo stesso, non a misura d’uomo dunque.
È naturale, è proprio una questione logica si potrebbe dire, che questo accada: una città si ingrandisce, diventa più comoda e ricca, poi ancora più numerosa (cioè più caotica), e questo perché con gli stessi mezzi deve soddisfare più persone, le quali poi col tempo diventano invece sempre più insoddisfatte (forse in ricordo dei tempi migliori chissà), perché gia comode tra concittadini scomodi che in fondo neppure si conoscono. Certo piano piano i mezzi aumentano facendo così aumentare nuovamente ricchezze, benessere, ma difficilmente anche il buon umore… dunque altra gente ancora, più ricca e più insoddisfatta forse.
Così se già Platone pensava ad una grandezza massima per l’equilibrio delle su città ideali, e se Benjamin più di duemila anni dopo, ancora parlava dell’inadeguatezza delle metropoli di fine Novecento e la disumanità delle stesse, vuol dire che in questa sede ci si può fermare anche un momento a pensare se la situazione e la qualità della vita dell’uomo sia effettivamente migliore nelle braccia del vortice metropolitano.
Spesso mi sorge il dubbio, ma tutte le ricchezze che mi propone la città riescono a soddisfarmi più di quelle frustrazioni che l’indifferenza, l’asocialità, l’innaturalezza di molti comportamenti, lasciano in me come ricordo a fine giornata? Insomma facendo due calcoli e mettendo sulla bilancia, tutti i miei sabati sera in giro per Roma, tutti i saluti sfuggenti all’università, tutti i malcostumi e le indecenze alle quali non si può far altro che tacere per impotenza di cambiarle, trovo lì maggiori soddisfazioni di pomeriggi tutti uguali di piccole città o paesi di provincia, di giorni passati a parlare al bar con persone che conosci a memoria perché compaesani da una vita, di passeggiate all’aria aperta senza esser spintonati e senza inseguire il proprio compagno di chiacchiere tra la folla? Insomma di giorni in una pace fin troppo nota?
La differenza credo però, non debba essere ricercata solo tra provincia e città, tra campagna e metropoli, ma piuttosto tra stili di vita viziati dalla moda del momento o vincolati da perverse logiche e deviazioni sociali, e sensazioni naturali verso gente che si conosce e si riconosce come persona diversa da se, da odiare al limite, ma sicuramente non da schivare come qualcosa di estraneo alla mia vita, alla mia natura quasi, che interrompe quel bel progetto di vita che cerco di inseguire non curante il più delle volte delle altre vite come la mia e delle situazioni che vengo a creare o dalle quali sono circondato… ma allora che tipo di vita vado cercando e vado a trovare alla fine nella metropoli, bisognerebbe chiedersi! La metropoli è per la folla.
Il problema metropolitano in questo senso allora, cede il passo ad un problema un bel po’ più profondo di quello che abbiamo potuto affrontare in così poco spazio, quello cioè della conoscenza del mondo che si ha attorno, fondamento e fondamentale per la nostra integrità fisica, psichica e morale, un mondo quello metropolitano che appare quasi menomato, che pare si cerchi di non stimolare più alla ricerca di più proficui scambi celebrali, come invece succede in natura e in una socialità umana corretta e più equilibrata, ma anzi sembra che nella metropoli l’uomo gia saturo di stimoli per lo più confusi e neanche troppo utili, decide forse anche consapevolmente di appiattirli ad un unico significato superfluo: l’indifferenza. Niente è più lasciato alla scoperta. Rimane il lavoro ahimè troppo standardizzato.
Pochi sono gli stimoli veramente significativi per quest’uomo… e come avviene per i bambini e neanche per gli animali in natura, vengono ridotti ad unico fine, quello per la sopravvivenza di se e dell’immediato futuro che lo concerne.
Neanche l’uomo primitivo aveva visioni tanto limitate!
domenica, novembre 05, 2006
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