domenica, novembre 05, 2006

Daniele Di Giovanni

Riflessione sulle parole del pontefice.

Le conseguenze delle parole sono tanto più forti quanto più la voce è autorevole. Questo semplice monito si è mosso in direzione del più alto rappresentante della Chiesa Romana, accusato di una mancanza di prospettiva politica e diplomatica, in un periodo storico in cui i rapporti con la cultura islamica sono estremamente tesi la ragionevolezza è un lusso che non ci si può concedere a cuor leggero. Quando la diffusione delle idee è affidata ad uno slogan la scelta del medesimo deve essere misurata e precisa: in un discorso di ampio respiro, in una citazione, è semplice, fin troppo semplice, togliere le virgolette e affidarla al relatore. Anche quando il relatore chiarisce in modo inequivocabile la fonte del testo a cui fa riferimento, anche quando ciò che si vuole mettere in evidenza lo si scrive subito dopo la citazione : “L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”, leggere quello che si vuole è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. È più conveniente porre l’accento sull’osservazione dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo :“ Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. Il fatto poi che il discorso sia stato un modo per introdurre i rapporti tra logos e fede è semplicemente un punto marginale. Puntare l’accento sulla trascendenza assoluta o relativa della volontà divina per le due religioni non sarebbe stato egualmente scenografico, non si scende in piazza o non si manifesta o non si uccide per il centro del discorso, per quel che il pontefice voleva dire; le citazioni trattate come slogan sono formalmente perfette per diffondersi come epidemia.
La serena diffusione e commento di idee mal si concilia con un ruolo politico che si richiede, ed i commenti che si sono diffusi sui quotidiani avevano tale matrice, al teologo Ratzinger. Un ruolo politico di rasserenamento e pacificazione, anche quando lo scontro è portato avanti da un’equipe intellettuale che si mobilita per fare in modo che l’occidente non prenda minimamente posizione neppure attraverso una citazione, anche quando l’autore della stessa prende le distanze dal pensiero riportato, come se avesse precedentemente ammesso di concordare con le posizioni dell’autore.
La presa di distanza ufficializzata al mondo arabo attraverso un mea culpa del pontefice fa pensare alle parole di Oriana Fallaci nella “Forza della Ragione”: «C’è il declino dell’intelligenza. Quella individuale e quella collettiva. Quella inconscia che guida l’istinto di sopravvivenza e quella conscia che guida la facoltà di capire, apprendere, giudicare, e quindi distinguere il Bene dal Male… Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che accade oggi in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione… Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi ci vuole passione. Ma qui non si tratta di vivere e basta. Qui si tratta di sopravvivere. E per sopravvivere ci vuole la Ragione. Il raziocinio, il buonsenso, la Ragione…»
Nessuno si aspetta che un pontefice della preparazione culturale di Raztinger abbia potuto commettere un banale errore, o che non abbia preso in considerazione le conseguenze delle proprie azioni. Si può accusarlo di scarsa sensibilità politica ma non certo di scarso intelletto. È auspicabile che un giornalista non debba correggere i discorsi di un pontefice, in tal caso sarebbe ben difficile continuare a considerarlo un valido referente tanto della cristianità quanto del dibattito culturale e politico mondiale.

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