Arte Biologica al Macro
Alessandro Morino
Magari capita a tutti di svegliarsi una mattina con un ‘non so che’ sobbalzante nello stomaco e nella mente. Una strana sensazione di indefinito, una domanda, forse la solita, a cui però non si è ancora trovata risposta. In certi casi, allora, è bene prendere un po’ d’aria, schiarirsi le idee e magari cercare l’ispirazione risolutiva davanti qualche particolare figura, qualche buon disegno e soprattutto davanti l’espressione diretta di un pensiero che, giusto o sbagliato, bello o brutto, può comunque aprirci porte che non immaginavamo potessero esistere. Allora magari si può fare un giro al MACRO e scoprire un artista eclettico, colorato ed evidentemente tanto innamorato della vita quanto affascinato dalla morte. Marc Quinn può essere la persona capace, con la sua multiforme arte, di sbalordire e avvicinare ancor più quella realtà tanto “normale”e quotidiana che ci circonda e ci appartiene. Nato a Londra nel 1964 dove vive e lavora, esordisce nel 1988 con la personale Bronze Sculputure, alla Jay Jopling/Otis Gallery di Londra. Ad essa seguono innumerevoli esposizioni in tutto il mondo, che gli hanno valso il premio nel 2004 della Fourth Plinth Commission per Trafalgar Square, dopo aver ottenuto nel 2001 il The Royal Academy of Arts Charles Wallaston Award a Londra.
La sua opera spazia liberamente toccando una molteplicità di tecniche, di mezzi espressivi e di soggetti contestualizzabili all’interno del naturale processo della vita. Attraverso l’utilizzo di molteplici materiali inconsueti, ad esempio materiali organici come il sangue, la placenta e il DNA, egli ci mostra spaccati d’esistenza, sezioni del reale strappate via al tempo e catturate all’interno di involucri espressivi che chiedono di essere semplici testimonianze della vita e/o della morte, lungo tutto il loro processo. L’arte di Marc Quinn può essere definita come “uno specchio che riflette le evoluzioni umane che lottano contro l’inesorabilità della natura”. Tale circostanza è espressamente visibile in Sky (2006), il calco del capo neonato del figlio dell’artista, realizzato con la placenta umana e il cordone ombelicale. È un’immagine di una creatività toccante, in tensione tra la vita embrionale nel grembo della madre e la vita alla sua prima luce mondana. La fine di una vita nascosta e l’origine ma già continuazione della vita stessa che si impadronisce del tempo ed è capace di essere artificialmente immortale. Attraverso una scultura ‘organica’, l’artista è stato capace di fermare il tempo nel suo inarrestabile fluire e di contenere uno stadio del processo naturale, chiudendoli all’interno di un cubo di vetro come in una dimensione neutra.
Un senso di innocenza al cospetto della multiforme vita è visibile proprio nell’opera Innoscience (2004). Sono una serie di sculture di corpi umani, adagiati a terra ma sospesi in smorfie d’esistenza che solo nella sostanza della loro composizione materiale si fanno coscientemente drammatiche. L’artista mescola organicamente il richiamo all’arte neoclassica plasmata di cera all’utilizzo di sostanze artificiali come medicinali, segno materico di un confronto tra la bellezza ‘estetica’ della vita e il suo interno vario, corposo che può nascondere la malattia e la mortalità dei corpi stessi. Allora si può notare la scultura di un bambino, suo figlio ancora, nutrita di quelle stesse sostanze artificiali di cui il piccolo si nutriva poiché allergico al latte. O ancora la figura di una donna malata di HIV, al cui interno sembrano circolare sostanze che combattono la morte. Perché in fondo è proprio questo che Marc Quinn cerca di fare: scolpire la vita nella materia morta.
Da non perdere è Dna Garden (2001), una grande installazione in acciaio esposta come una grande finestra iconografica sulla vita, sulla sua più germinale composizione. Sono 77 piastre che contengono DNA clonato, di cui 75 vegetale e 2 umano, con cui l’artista inglese ancora una volta, arresta il naturale ciclo biologico, lo seziona e come uno scienziato ne estrae la funzione primitiva cristallizzandola nel tempo. È un gioco di sperimentazione che Marc Quinn attua con l’entità naturale; è un adorare la vita stessa nella sua più complicata semplicità; è un venerare la tecnologia biologica capace di sondare tale vita; è lo scheletro d’uomo, prostrato in preghiera, che idolatra se stesso.
sabato, novembre 04, 2006
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