La parola e l'immagine
Alessandro Morino
Nella società in cui viviamo sovrabbonda in presenza la parola. Ovunque guardiamo, ovunque volgiamo lo sguardo è difficile non notare questa presenza possente, pesante, continua, ripetitiva, ridondante.
Magari, in realtà il più delle volte non ci si fa neppure caso, non lo si nota, non ne abbiamo coscienza; ma è proprio questa ‘incoscienza’ o meglio questa nostra coscienza ‘ipnotica’ che deve essere valutata con attenzione.
Tale attenzione non può non farci notare come la parola che dovunque si mostra, non si mostra da sola. Oggi essa è strettamente legata ad una immagine. Si riferisce costantemente ad una immagine. Questo tempo ha sancito il matrimonio della parola con l’immagine: PAROLA-IMMAGINE IMMAGINE-PAROLA……. Siamo tutti invitati al gran banchetto, alla gran solennità della società del mercato “mediatico”.
In questo mercato mondiale dello spettacolo la comunicazione “deve” di per sé essere uno show-business, un’esibizione di settore, un varietà di marketing. L’immagine allora si pone come mezzo diretto, poiché “d’effetto”, della comunicazione di massa.
Ad essa sempre più è affiancata la parola; una parola spesso non in relazione all’immagine, una parola, certo, d’impatto, che desti immediato interesse (un interesse non di sostanza ma un interesse sciapo e illusionistico). Una parola svuotata di se stessa, che è immagine essa stessa: una ‘parola-immagine’.
Così la parola è entrata nella società dello “spettacolo commerciale” come ‘mezzo commerciale’; come un “mostrarsi” continuo, diretto, semplicistico che è sola parvenza, immagine appunto. Come un’apparire fuggevole ovunque e comunque, ma che è già un rifuggire, un ritrarsi della parola stessa dal suo vero e proprio essere. C’è una iper-presenza di questa parola-immagine che svaluta la parola stessa, la priva della sua essenzialità, la priva del suo spirito profondo, castrandone tutta la potenza.
Allo stesso tempo oggi la parola è un ‘prodotto di mercificazione’; prodotto essa stessa dell’industria di mercato, poiché mezzo funzionale alla mercificazione. Rigorosamente incatenata all’immagine, la parola è l’usufrutto dello strabiliante spettacolo di mercato ma ne è necessariamente anche il prodotto spettacolarizzato. È lo spettacolo di se stessa come mezzo del mercato di consumo, ma esibendosi tale consuma se stessa al pubblico-consumatore e diviene merce della società dello spettacolo. È una costante presenza mercificata e una continua riproduzione settoriale che si riflette come parvenza e come sciapa immagine assaporabile all’uomo di consumo. Così la parola è oggi anch’essa un commercio mediatico. Una mercificazione simbolica che dis-prezza la parola del suo valore originario e genuino e la getta nel mercato dell’oggettivazione come nuova parola d’abbaglio. Una parola condizionata dal mercato, defunzionalizzata, rivolta allo stesso mercato come univoco messaggio pubblicitario puramente formale. Un “solletico visivo”, poiché la nuova parola “non deve essere letta” ma deve colpire come semplice immagine. Il contenuto, il significato non hanno interesse nei messaggi mediatici. Già M. McLuhann, studioso dei media e visionario di teorie massmediologiche, aveva notato come non ci sia alcun interesse da parte dei media verso il contenuto stesso; “pensare che i media davvero trasmettono messaggi è pensare che la funzione dei ladri sia quella di cibare i nostri cani per distrarli mentre la casa viene derubata”, considerava riprendendo un aforisma di T.S. Eliot sulla poesia. Poesia e media ottengono i rispettivi effetti tramite la struttura formale dei loro messaggi, non tramite il loro contenuto.
Così l’uso molteplice della parola nel pianeta dello spettacolo commerciale moderno punta unicamente a creare un cortocircuito, una scintilla d’interesse nell’uomo consumatore. Ecco allora la moderna parola come messaggio mediatico, come mezzo di convinzione. Come diceva McLuhann, i media non ci “veicolano” qualcosa ma ci modellano e ci trasformano, tali che noi meccanicamente accettiamo il loro messaggio, o meglio la loro comunicazione. Il mercato della parola struttura la nostra stessa percezione e quel che pensiamo è legato al modo in cui percepiamo. Ancora McLuhann affermava come i media possano essere delle estensioni dello stesso corpo umano, capaci di amplificare le possibilità di percezione di quello. Risulta evidente d’altro canto come tali nuove estensioni si rivolgono tutte verso un’unica direzione: il pericolo allora è quello di una forma mentis ben progettata e costruita nei laboratori mediatici. Il vero pericolo è quello di una “lettura” globale e totalitaria; i media favoriscono l’imposizione di strategie unitarie di pensiero, di sensibilità, di sentimenti. Creano commercialmente un nuovo corpo, un corpo di pura e semplice forma. Un corpo nuovo composto di protesi aggiuntive, fabbricato di nuovi arti, di un nuovo sentire: un corpo che è un artificio ipermanipolabile. L’uomo d’oggi è un lettore che fa zapping e questo gli viene richiesto. Non deve interessargli ciò che legge o vede o sente; l’uomo è ben conformato ad evitare quanto più possibile le logiche della dimostrazione; il suo solo interesse è verso ciò che si mostra d’impatto, d’effetto, come autoevidenza.
E magari questo uomo moderno, conforme a stabiliti meccanismi di mercato e meccanismo egli stesso della cultura dello spettacolo, che accetta una parola devitalizzata, potrà accettare anche che “la moderna Cappuccetto Rosso allevata a suon di pubblicità non ha nulla in contrario a lasciarsi mangiare dal lupo”.
sabato, novembre 04, 2006
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