Alex Tessarolo
LE CITTA' DELL'ELETTRONICA
DETROIT E LA TECHNO
"Definire la musica è improbabile, descriverla è faticoso, analizzarla spesso non è sufficiente, vivisezionarla è essenziale".
Geolocalizzare la musica. Glocalizzazione come fondamento o reazione della/alla globalizzazione? La musica elettronica nel ventunesimo secolo sta diventando la nuova musica popolare, con il computer che ormai si presta a freddo sostituto della chitarra; presente in tutte le case, invita i giovani ad affrontarne i rumori, a sgrovigliarne gli incastri sonori, a stagliuzzare, avvelocizzare, imbrigliare, ripetere, ripetere e ripetere, comprimere... rarefare.
Economico, efficiente, preciso, multifunzionale. Che chiedere di più? Soprattutto globale, perchè ovunque nel mondo e a quasi ogni livello sociale, e perchè strumento di connessione al web, ovvero al resto del globo. Innanzitutto locale, perchè elettrodomestico.
Nell'ascoltare la musica elettronica l'elemento che spesso aiuta a contraddistinguerne le maggiori affinità con un genere piuttosto che con un altro è la località di provenienza di tale musica.
La Germania è ovviamente una delle terre madri dell'elettronica, essendo tedeschi i Kraftwerk, i fondatori del genere. Berlino è oggi considerata la capitale della musica elettronica, fatto dovuto soprattutto alla grande quantità di club presenti, e all'ottima qualità dei dj presenti, con un'etichetta nazionale come la Kompakt che fa da chioccia a tutte le altre labels che crescono come funghi in ogni villaggetto della "Krautonia".
Per quanto riguarda invece la distinzione in generi della musica elettronica non si può prendere ad esempio una nazione, ma bisogna andare a scovare più a fondo nei meandri di città che divengono nuclei incandescenti, appena trovano al loro interno una comunità che ne coglie il suono.
L'urbe, la metropoli, è terra madre dell'elettronica. La città, con la sua velocità e il suo rumore innato, è la vera radice dell'elettronica. E ogni città ha un suono tutto suo. Il talento del musicista elettronico sta nel fiutarlo e farlo proprio, proporlo e renderlo accetto anche alle altre città. Preparare un disco come se fosse una cartolina con i monumenti e le piazze da mandare al resto del mondo. Un po' come il riverbero del mare che fuoriesce da certe conchiglie. Presentarsi come i nuovi bardi che attraversano i villaggi raccontando le gesta e le leggende della propria patria.
Il tentativo che mi propongo e vi propongo è di trovare l'alchimia che rende magica certa musica elettronica, e raccontarvi chi sono i maghi che dominano le città più importanti nel panorama dell'elettronica degli ultimi vent'anni.
Per iniziare questo viaggio intorno al mondo scelgo di partire da Detroit, in quanto il nome della città è inscindibile dalla parola techno.
La Techno di Detroit è un fatto a sè rispetto a tutti gli altri stili di techno. E' a Detroit che ha inizio il primo vero lascito elettronico di stampo comunitario e provincialista. Detroit, città della Ford, Est degli stati uniti, limbo musicale con gli occhi rivolti a New York, e l'orecchio rivolto a Chicago, ma con il cuore pulsante nei sobborghi connessi alla malfamata Eight mile, punto di divisione fra ricchi e poveri e punto di partenza di una comunità di ragazzi di colore come Juan Atkins, Kevin Saunderson, Eddie Fowlkes e Derrick May; coloro i quali sono quasi uninanimamente considerati i padri fondatori della techno, di un suono che andremo a vivisezionare nelle prossime righe.
E' molto importante soffermarsi su tre peculiarità di Detroit: prima di tutto, come già detto, è qui che ha sede la Ford (come anche la General Motors e la Chrysler), una delle più grosse icone dell'america industrializzata, una delle più grosse icone del RUMORE, della tecnologia, del consumo e dell'indipendenza. Soprattutto uno dei più grossi simboli di dipendenza, dipendenza dal lavoro, dipendenza dalla ditta e dal salario, vita di gruppo, vita di sindacato, vita di ribellione che marcisce dentro, nell'avvitare i bulloni, nel meccanizzare, nel saldare, che facilmente si tramuta in suonare, nel ribellarsi, nel protestare che spesso diventa cantare, o ancor meglio e più funzionale per l'elettronica, diventa comunicare con intensità, concetti diretti, frasi rotonde e muscolari.
Perciò la Ford è uno stimolo sonoro imprescindibile, basti pensare alla Fiat in Italia, a Torino, che di fatto è uno dei luoghi più pregni di elettronica della nostra penisola. La macchina è il nido della musica elettronica. E' il trasporto veloce delle emozioni. E' il traffico condensato, è il frastuono congeniale e artefatto, imprevedibile, ma inesauribile, così come la fantasia dei nostri prodi cavalieri della techno.
Secondo fatto importante è che a Detroit nel 1959 nasce la Motown records, casa discografica che produrrà nel corso degli anni Stevie wonder, Diana Ross, i Jackson five, Marvin Gaye, tutta musica che porta nuove radiazioni cosmiche all'interno degli amplificatori, che annichilisce il pensiero e avvolge le gambe, il ventre, scatenando le giunture in rapimenti metamorfici del fisico, estrapolato dallo spazio terreno e tramutato in un progenitore dei robots, condizionato dagli impulsi sonori più che da quelli sinaptici. Tant'è che molti musicisti della techno di Detroit andranno via via a trasferire il proprio immaginario in altri cosmi (ad esempio Drexciya, o juan Atkins che userà come psuedonimo CYBOTRON). La scena musicale si presenta molto florida, e la gioventù di colore, figlia degli operai del settore auotmobilistico, trova dei miti musicali dai quali attingere voglia di riuscire e di sperimentare, dai quali ereditare speranza e convinzione nei propri mezzi.
Terzo fatto è la grande aria di ribellione che si è sempre avuta in questa città. Nel 1967 la rivolta "della 12a strada" portò a più di quaranta morti, settemila arresti e 2.000 edifici incendiati, quando una squadra della mobile di Detroit fece un raid all'angolo fra la 12a e Clairmount; gli abitanti del quartiere (quasi tutti afroamericani, costretti qui dopo la demolizione del loro quartiere, "Black bottom", necessaria per la costruzione della "Interstate 75") reagirono e resistettero per cinque giorni, e si arresero solo all'arrivo delle milizie nazionali, addirittura a bordo di carrarmati, nella migliore delle scene poliziesche da cinema americano. Ovviamente simile violenza stimolò i pregiudizi nei confronti della città, soprattutto nei confronti delle minoranze etniche, fra cui predominante quella afroamericana. La presenza dell'industria automobilistica, con i suoi buoni stipendi, numerosi posti di lavoro non qualificati, invitava tanta gente del Sud dell'America a trasferirsi; in particolare gente di colore, ma non solo, tanto che già nel 1943 le tensioni razziali ebbero sfogo in una grandiosa rissa di diecimila partecipanti e trentasei ore, che portò anche in questo caso a più di quaranta morti e settemila arresti.
La cattiva fama della città condusse ad una fuga generalizzata la gente bianca, che si spostò in altre metropoli, ormai convinta di vivere su un terreno in fiamme. Agli inzi degli anni settanta la maggioranza della città era afroamericana. E nel 1974 Coleman Young fu il primo sindaco nero di una città americana, e portò la gente di colore a governarla per addirittura trent'anni.
Gli uomini di cui parleremo, anch'essi di colore, hanno reso immortale la cultura afro americana nelle lande del Michigan, portando a compimento un processo di emancipazione, mettendo le radici nell'UNDERGROUND, e non immolandosi ad intoccabili viziate star della musica pop. E' qui che risiede la vera cultura di Detroit. Nei computer e nei suoni di Juan Atkins, di Robert Hood, e della undergorund resistance, nella voglia di stabilità, più che di affermazione, di un'intera comunità, trascinata al potere dai synth e dalle idee. Essi hanno mantenuto alto lo spirito della città, facendone proprio il motto più che legittimo "We hope for better things; It shall rise from the ashes"
LE ORIGINI
Come detto i tre protagonisti della scena sono Juan Atkins, Kevin Saunderson e Derrick May, anche detti i "Belleville three", compagni di scuola, compagni di quartiere, e compagni di ascolto; ascolto soprattutto regolato sulle frequenze che trasmettevano il Midnight Funk Association, programma radio condotto da Charles "the electrifying mojo" Johnson, ormai noto come il vero inseminatore di musica elettronica dell'utero di Detroit. Il suo show prevedeva messe in onda di dischi interi senza interruzione, di artisti come Kraftwerk, New Order, Prince, Philip Glass, Giorgio Moroder, Madonna. Molto attivo anche nel promuovere la musica della città. Sarà lui a rendere note tracce di Juan Atkins come "Technicolor" o "Cosmic cars", e ad ospitare i dj della zona e renderli protagonisti di uno scontro di mix nello spazio che il Mojo ribattezzò STAR WARS, con estrema lungimiranza.
Siamo a cavallo degli anni ottanta, e a Chicago un nuovo stile di house music sta cominciando a spopolare, le due scene si aiutano, si incontrano ma non si scontrano, e procedono di pari passo. A Detroit preferiscono però evitare di cimentarsi in pezzi cantati, e concentrano i loro sforzi sullo sviluppo di un suono metallico, "auto-motorio", dove auto sta sia per se stesso che per macchina, arrivando alla quasi totale simbiosi uomo-computer con gli inserti vocali, veri robovocalizzi, messaggi clonati dall'iperspazio e ruminati da mangianastri paralizzati ed esterrefatti. Col passare del tempo gli Stati Uniti si accorgono del movimento e ne iniziano a proporre alcuni brani, che si ergono a bandiera del futuro, a bandiera delle macchine come unico essere in grado di democratizzare l'umano. Il segnale più evidente della ormai giunta notorietà ed essenzialità nel panorama musicale è l'uscita nel 1989 di un disco compilato da Neil Rushton per la Virgin "Techno! New dance sound of Detroit".
Tornando ai nostri tre cavalieri, il loro passo fondamentale fu la formazione nel 1981 del "Deep Space soundworks", collettivo con il quale si decisero a promuovere il loro djing alle feste e nei club della città. May e Atkins si impegnavano stabilmente a creare megamix per i giradischi di Mojo, Kevin Suanderson, il più giovane dei tre, guardava, imparava e aspettava.
Derrick May se ne andò a Chicago per circa un anno, portandosi dietro Saunderson, e scoprendo che Detroit aveva immediato bisogno di clubs, tant'è che ritornato a casa decise insieme ai suoi compari di fondare il "Music Institute", che divenne presto il ritrovo per antonomasia della famiglia musicale di Detroit. A questo punto trovare reclute fu semplice, i primi ad aggregarsi furono Eddie Fowlkes e Blake Baxter. La fondazione cambiò la vita a tutta una generazione (Carl Craig, Jeff Mills, Stacey Pullen) che si preparava ad imbracciare le armi della techno, e proseguire la strada aperta dagli uomini in questione.
JUAN ATKINS
Mi piace immaginare un uomo nero ai confini del tempo e dello spazio. Ode una melodia celestiale, pallida e lunare, provenire da una grotta buia su una landa dimenticata dal sole. Con passo sospettoso ma deciso il giovane uomo di colore si inoltra nella caverna. Il suono sfuma lontano. Accende un cerino. Un branco di pipistrelli esce sfrecciante sbattendo le ali come claps folli e acidi, il passo dell'uomo si fa più pesante, incede come una cassa nel profondo eco delle pareti fredde. Dei lapislazzuli si separano dalle rocce e cadendo danno nuova luce alla sala, dove indifeso, ma illeso, siede un synth i cui tasti bianchi sono abitati da termiti trillanti. L'uomo si rilassa, si scrocchia le dita e si fa tutt'uno con lo strumento musicale. E' in questo momento che Juan Atkins tocca il Santo Graal del cyberspazio, assapora il gusto del sangue di Cristo, e si rende conta che somiglia un tantino al proprio. All'inizio degli anni ottanta, con Star Trek e Star wars come miti indelebili, come saghe di culto, talmente magiche da risultare vere, con il cyberspazio che diventa realtà letteraria e cinematografica, non poteva mancare qualcuno che trasportasse questi spazi in musica; non più fantasiose, edulcorate sonorità psichedeliche, condizionate dall'acido lisergico; l'immaginario galattico necessitava qualcosa di umanamente disumano; aveva bisogno di "Cosimc Cars", di "Cosmic radiance", "Techno city".
Atkins inizia a comporre i primi pezzi insieme a Rick Davis, nel duo ribattezzato CYBOTRON. Il primo contratto lo guadagnano grazie ad "Alleys of your mind", uscito nel 1981 per la propria etichetta (Deep space records), vende 15.000 copie e porta i Cybotron all'attenzione della Fantasy che decide di assumerli.Nel 1982 raggiunge un certo successo con "Clear", abbagliante stella cadente sibilante, con un "one, two, three, four" iniziale, scandito da una voce robotizzata, che è il vero segnale di inizio; scocca l'Atkins time, la scintilla della techno di Detroit è in buone mani; nessuno deve temere di scottarsi. L'influenza di Moroder e Kraftwerk è palese, ma si sente il diverso ambiente di composizione, il viaggio sonoro è direttamente condotto dall'interno di una navicella spaziale, targata Eight Mile. Potrebbe anche essere tutta una fantasia di Gagarin, ma di sicuro non una vecchia versione per commodore 64 di Asteroids.
E' molto importante in questo momento l'aiuto di Rick Davis, che veterano del Vietnam, aveva ben dodici anni in più del nostro uomo. Guarda caso Juan Atkins ricorda la prima volta nello studio di Davis: "I thought i had walked onto a spaceship".
Nel 1985 Juan Atkins si fa una bella etichetta personale, la Metroplex, e decide di uscire come solista, un po' stufo dei viaggi interstellari sullo stesso shuttle di Davis. Si sceglie Model 500 come nuovo moniker ed esce con "No U.F.O.s", portando una visione più ottimista sul futuro, "exactly what Detroit needed at the time". Le frequenze si fanno più spinte sugli alti, il djing si fa più dance, la lava del mantello terrestre ribolle e sgorga, sembra quasi che Juan abbia scovato un'altra porta nella sua casa, che lo conduce in una cantina nel profondo della terra, le stelle sono più lontane, gli ufo non ci sono più, ma la visione è sempre estremamente robotica. Le battaglie, siano esse intergalattiche, mondiali, quotidiane, sotterranee, sono perenni, ovunque, inarrestabili. La rivoluzione bussa sempre due volte.
Con la seconda uscita solista, "Nightdrive", gli abitanti del nucleo incandescente della terra, salgono in superficie, armati di alcune pistole laser, un megafono, una bella macchina, forse una ford, e spargono la voce, la techno è il suono di questa città, questo è il luogo scelto dall'onnipotente, chi esso sia è un mistero, ma lo ha detto, lo ha dichiarato, mi ha spedito un messaggio via fax, Detroit brucia di techno.
Dopo qualche tempo la musica arriva alle orecchie degli europei e le richieste di remix arrivano a valanga nei laboratori di Atkins, che raggranella un po' di fondi e si mette a produrre, a sviluppare il movimento; aiuta l'Underground Resistance, e si crea un nuovo moniker per nuove uscite in Europa: Infiniti, con il quale ci lascia una delle più luminose gemme della sua carriera "Game One"; in Germania incontra Thomas Fehlmann (componente degli Orb) e Moritz von Oswald (componente della Basic Channel), con i quali registra "Jazz is the teacher", è il 1993. Moritz lo prende in simpatia e lo aiuta nelle registrazioni del primo vero album "Deep space", che esce nel 1995, con due pezzi eccezionali come "Starlight" e "The flow", e un suono che si fa più minimale, influenzato dalle gloriose tracce della Basic Channel, con brani che sparano su ogni fronte della techno, quasi un tentativo di dimostrare "that i am the Godfather of techno", cosa vogliono questi tedeschi?
Anche se la lontanza da casa si fa sentire.
GEORGE CLINTON AND KRAFTWERK STUCK IN AN ELEVATOR
Derrick May è un tipo che ama emettere sentenze, fomentare ribellione, tagliare il superfluo, identificare gli ingranaggi più esposti del sistema e biasimarli. Di un anno più giovane di Juan Atkins, ne condivide la passione per l'elettronica e l'influenza di Electrifying mojo. Al contrario di Atkins non risiede stabilmente a Detroit; la madre si trasferisce a Chicago nel 1981; May la seguirà solo a tratti, prendendosi la giusta dose di tempo per focalizzare il groove musicale del momento, conoscere Frankie Knuckles, e tornarsene a Detroit pieno di voglia di creare un movimento
elettr(on)ico.
May incarna la città più di Atkins, senza però riuscire mai riuscire a dare continuità alle sue trovate musicali; May si impegna a fondo nel tentativo di restituire tramite la sua musica l'essenza della città, a suo avviso un misto di freddo industriale e animo caldo, desolazione e "soul", tanto vicino alle sue radici black. Con il tempo arriva a definire il proprio suono come Hi-tech-soul; suono che è spinto dal tentativo di animare le macchine, di dare sentimento (sentire il piano di "strings of life"), speranza, spiritualità. L'arma del delitto più in voga a Detroit diventa il Roland Tr-909. Synth che marchia a fondo l'anima della città.
May ritarda l'arrivo alla composizione vera e propria, dedicandosi soprattutto al djing, fin quando non decide di farsi l'etichetta, la Transmat (nome che deriva dal titolo di un brano di Atkins), e crearsi il moniker Rythm is rythm. E' qui che ha inizio una breve ma intensa e decisiva carriera di musicista solista. Fra l'86 e l'89 mette a segno le hit del suo percorso, la prima è "Nude photo", sintesi di electro, house e techno detroitiana; anche se i synth risultano molto più vicini alle intenzioni acid dei chigagoani che alle diatribe spaziali di Detroit; il mood vira decisamente verso il funky e il soul. George Clinton e Kraftwerk che si scambiano suoni in un ascensore. "The dance", altro singolo di ottimo successo, ne è degno seguito, sempre sulle stesse corde emotive e all'interno delle stesse atmosfere, probabilmente più vicino alla house che alla techno. Ma questa è forse la dipendenza più grande di May, il turntabling di Frankie Knuckles è perfettamente immortalato nelle pitchate e nei reverse che scandiscono i passaggi del brano. Il vero caposaldo della sua discografia esce nel 1987 e sbarca alla grande anche in Europa. In "Strings of life" Derrick raggiunge vette che sarà raro per lui anche solo immaginare nel futuro. Con questo pezzo mette a segno il connubio perfetto che andava anelando da tempo. La house di Chicago e la Techno di Detroit sono un'unica cosa, il pianoforte ci ricorda l'animo soul della città di Detroit, e le tinte sono più sexy che mai, come è d'obbligo per chi ama la musica di Chicago. La Gran Bretagna si innamora del pezzo. Trascina Derrick sull'isola per remixare pop bands e rallegrare la folte truppe di ravers inglesi, che presto lo dimenticheranno per preferigli Aphex twin o i Prodigy. Nel 1991, tenta di tornare alla ribalta, con l'intenzione di formare una mega band stile Kraftwerk con i vecchi compagni di merende Atkins e Saunderson; purtroppo il supergruppo non si fa, anche per colpa di May, che preferisce dedicarsi alla produzione, e mantenere alto il tasso qualitativo della sua etichetta; aiuta Steve Hillage, uno dei pionieri dell'ambient a completare un progetto chiamato System 7; e rende la vita facile a gente che oggi riempie i club di casa nostra con irrefrenabile continuità come Carl Craig, Stacey Pullen e Kenny Larkin.
Finalmente, nel 1995, la Sony giapponese decide di pubblicare una retrospettiva sul nostro uomo, "Innovator", che racchiude tutto il meglio di May, "il Miles Davis della techno".
GLI ANNI 90
Negli anni novanta diventa più difficile per i Detroitiani, ormai rinomati in tutto il mondo, mantenere fede ai loro principi iniziali. In Germania la Basic Channel fornisce un nuovo modello di techno più vicino all'ambient, mantenendo la cassa in 4/4 sui 130 bpm, ma affogando i synth sotto strati di polvere sonora. Il vinile diventa il nuovo synth, il petrolio è la nuova fonte di vita, le strutture armoniche si fanno più raffinate, e anche Juan Atkins come abbiamo detto dovrà cimentarsi in queste varianti. Così il movimento ormai ampio di Detroit, si dirama in più parti, o modelli, che dir si voglia. L'underground resistance si pone a difensore delle origini del suono e soprattutto del credo e della matrice politica di Detroit, guidata da Mad Mike Banks; i loro uomini non appaiono mai, il loro istinto è teso contro il mercato capitalista. La parola d'ordine è resistere, non cadere in tentazione, liberarsi dal male. Maschere e sentenze. Fuoco e fiamme sull'inesatto ordine mondiale.
Juan Atkins trova un vero erede in Drexcyia, ovvero James Stinton (che purtroppo ci ha lasciato qualche anno fa, anche se a sentirlo c'era da aspettarsela una morte prematura "experiments must continue at all costs, even if it means death"), che dà ancora maggiore spazio alle tematiche del mondo immaginario condito di saghe e leggende, trasferendo quello che per Cybotron avveniva nello spazio negli abissi del mare. I Drexcyiani sarebbero dei guerriglieri anfibi cresciuti nelle acque dell'Atlantico, figli di donne africane segregate sulla nave della grande tratta degli schiavi. Obiettivo finale: riportare il popolo afroamericano alla terra promessa, l'Africa. Le guerre non finiscono mai.
Il lato più minimale della techno, quello più influenzato dai cambiamenti che si susseguono in Europa, è rielaborato e portato in paradiso da Robert Hood, che con "Internal Empire" e "Minimal nation" ci lascia probabilmente i due migliori dischi techno degli anni novanta. PUREZZA. MAGIA. INCANTO. DANZARE SULLE NUVOLE. Robert Hood si presenta come un vero mago dell'elettronica, e più di tutti riesce a dare vita alle macchine, riesce a infondere emozione con dei semplicissimi beat gonfi, che rimbombano come pulsazioni dal cuore della terra, togliendo di mezzo le melodie, e lasciando che sia la techno ad aprirci la strada verso il paradiso (sensoriale). Hood cerca il calore e la dimensione soul nelle zone più fredde. Più l'andamento minimale dipingerà un moto alienato e automatico, più caldo e umano sarà il risultato. Hood ci parla della grande desolazione di Detroit, che già May si era sforzato di interpretare: "Detroit è una città fantasma, con tutti capannoni abbandonati... Detroit downtown è la terra di nessuno, con un sacco di neri che non riescono a trovare lavoro mentre i bianchi che vivono nei sobborghi, nelle zone più ricche, arrivano a Detroit, prendono i soldi e tornano nei loro sobborghi. E' come se ci fossero due città distinte. Noi abbiamo cercato di illustrare questa situazione in musica con UR". Hood infatti inizia la sua carriera nell'UR come "ministro dell'informazione", e dj, con un nome come "THE VISION". Riguardo alla svolta minimal, Robert afferma che "Nei primi anni '90 l'hardcore gabba stava prendendo il sopravvento e pensavo che semplicemente ci fosse bisogno di un break. Per uscire da quella situazione l'unico modo era tornare all'essenziale. Ti capitava di entrare in un mega rave e vedevi coreografie con alieni, sangue, richiami al fascismo. Spettacoli dell'orrore in sostanza. Era una gara ad essere il più possibile scioccanti. Per me quella non è arte. La musica per quanto mi riguarda significa altre emozioni. Non può essere sempre dura, non può essere sempre funky, nè sempre triste. Mi premeva reintrodurre un elemento umano nella techno, riportare a galla un concetto come il soul. Tutto il mio suono minimalista ha significato tornare alle radici."
Nel frattempo c'è anche chi fa della propria arte un grosso business, e questi non può che essere Jeff Mills, il vero uomo di successo del branco di Detroit. Che decide di mollare l'Underground resistance per non sporcarsi le mani con la politica, per non rischiare di ferirsi con la ribellione, per non macchiarsi di polvere di periferia. Ma questi sono solo giudizi personali. Anche lui fu iniziato alla techno da The electrifying mojo, nel cui programma si divertiva a mixare, talmente bene da guadagnarsi il moniker "The wizard". Mills, dopo un bel po' di anni spesi a guadagnare e guadagnare, strapagato dj in Europa e iperprolifico nelle uscite per la propria etichetta (Axis), ha finalmente dato un senso alla tanto ricercata cinematicità detroitiana, andando a musicare Metropolis di Fritz Lang, probabile ultimo passo verso la completa transizione della città in futuristica landa afroamericana di strane origini tedesche. La storia è stata già scritta, e benchè Mills possa essere il più noto, la targa con sopra scritto Dio sta a casa di qualcun altro
Dal 2000 in poi la techno e Detroit sono due parole che non possono esistere l'una senza l'altra; tant'è che il museo della città ha onorato i nostri eroi con una mostra speciale, che purtroppo oggi è finita, ma che dimostra il valore del nostro discorso. Nel frattempo dal 2002, annualmente si tiene il Movement festival dove vanno ospiti da tutto il mondo i produttori techno più in voga e più ambiziosi, consapevoli di mettere piede nella vera "Techno city".
DISCOGRAFIA CONSIGLIATA
Juan Atkins "20 years Metroplex, 1985-2005" (Tresor, 2005)
Derrick May "Innovator" (2 cd, Sony, 1995)
Drexciya "The quest" (2cd, Submerge, 1997)
Drexciya "Neptune's lair" (Tresor, 1999)
Robert Hood "Internal empire" (Tresor, 1994)
Robert Hood "Minimal nation" ( Axis,1994)
domenica, novembre 05, 2006
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