venerdì, marzo 02, 2007


Ruini e il mondo civile

Disturba e rende spesso increduli la banalità delle argomentazioni che quotidianamente i mezzi di informazione riportano ad un pubblico ormai assuefatto alla stupidità tanto da prenderla come norma.
Lo stesso atteggiamento sconcerta quando arriva da fonti che, per autorevolezza e rigore, dovrebbero mostrare la più alta rappresentazione di rigore logico e capacità dialettica.
Il riferimento, per molti ovvio tanto da rendere oziosa la citazione, è all’intervento del cardinal Ruini nella prolusione (leggi discorso introduttivo) al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana in veste di presidente della Cei. Stupisce quindi la totale assenza di chiare strutture argomentative, che non includano per lo meno errori banali, in un discorso di così alto livello.
Proveremo a vedere solo alcuni dei temi che più appassionano l’opinione pubblica mostrando al tempo stesso non tanto la distanza tra le posizioni espresse e i basilari principi di rispetto dell’individuo quanto la pressoché assenza di una volontà esplicativa ad un livello che non sia propagandistico.
Tra i temi d’attualità sociologico – normativa il cardinale affronta con particolare vigore quello delle unioni di fatto e garanzie costituzionali. La struttura del dialogo parte dalla constatazione del rapporto uomo donna nella forma del matrimonio come l’unico passibile di essere garantito a livello giuridico. Le giustificazioni proposte mettono l’accento, come è nell’ultimo trend filosofico, sulla netta distanza da ogni tipo di relativismo etico e questione sociologica. Si espone lo stretto legame tra diritto naturale e matrimonio, come espressione dell’essenza dell’essere umano, eludendo tanto la questione di culture in cui si è storicamente diffusa la poligamia quanto quei particolari ordini religiosi in cui si pratica il voto della castità, e di questo è possibile che si sappia qualcosa.
Difatti, se è nell’essenza dell’uomo la propensione di questa tipologia di relazione, non si spiega come, storicamente, si siano date altre configurazioni dei legami. Ovviamente tale questione non poteva essere affrontata né accennata dato che una qualsiasi risposta avrebbe comunque portato alla natura culturale dell’essere umano, che se da un lato poteva spiegare il perché di scelte d’astinenza, dall’altro portava un buon punto d’appoggio a quanti sperano nella possibilità di unioni omosessuali garantite, al pari di quelle eterosessuali, dal versante giuridico.
Oltre alla questione legata a temi di diritto naturale l’altra pseudo – argomentazione fa riferimento allo scopo ultimo del legame matrimoniale, la procreazione. Evidentemente l’attacco è, ancora una volta, alle unioni omosessuali, impedite dalla natura in tale processo.
L’attacco rischia di apparire pesantemente anacronistico in una situazione storica e in un quadro normativo che prevede tanto tecniche di fecondazione artificiale quanto possibilità di adozione (anche se la vigente normativa non garantisce ancora coppie con diverso orientamento sessuale, in quanto la Costituzione, all’articolo 3, non afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali; o forse si ma potrei sbagliare).
A leggere le parole del cardinale sembra quasi di trovarsi di fronte un uomo di più di un secolo fa : «Le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni libere e il ‘matrimonio di prova’, fino allo pseudo – matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono invece espressioni di una libertà anarchica, che si fa passare a torto per vera liberazione dell’uomo. Una tale pseudo-libertà si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell’uomo».
In quanto tanto si è insistito nel secolo appena concluso sulla presa di controllo del singolo sul proprio corpo, legittima proprietà dell’individuo, e che sia banalizzato o meno deve comunque essere lasciato alla libertà dell’individuo. Inoltre è totalmente scollegato dal contesto l’utilizzo del termine anarchico riferito ad una situazione storica nella quale un determinato gruppo di persone si mobilità e lotta per il riconoscimento di un diritto, per l’inserimento cioè di una situazione di fatto in un quadro normativo, anche perché un uso anarchico, e cioè non regolato da leggi, del proprio corpo e della propria sessualità (eccettuati i contesti di violenza personale) è, e speriamo resti, garantito dalla legge.
Ripeto, inorridisce un così basso livello argomentativo da chi si pone a vertice di una delle più ampie e rappresentative comunità religiose mondiali, da chi vuole instaurare un dialogo tanto con il mondo politico quanto con quello culturale, anche perché il serio rischio è che non vengano neppure più presi come referenti validi, ma solamente come chiacchiere da bar. Sarebbe un vero peccato se ciò avvenisse, anche perché il libero scambio di pensiero è ciò che di più appassionante possa accadere tra stati liberi e democratici.

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