Alex Tessarolo
UN INDIANO SULLE TRACCE DI SPIELBERG
L'estate è per antonomasia la stagione in cui il cinema va in letargo. Tutti i film di genere scartati durante l'anno, perchè non in grado di partecipare alla sfida del botteghino, si affacciano timidi, senza pretese, contenti di trovare finalmente sale disposte ad ospitarli. Ad accompagnare questa flotta di piccoli horror e innocue commediole, vengono arruolate alcune megaproduzioni che sono risultate deboli negli incassi negli Stati Uniti, e cercano di rifarsi, sfruttando la penuria dell'offerta estiva (vedi il caso Superman, catastrofico ritorno del più anticinematorgafico eroe dei fumetti).
Molte case di produzione, e ancor più di distribuzione, si rendono conto di questo spazio vuoto da riempire, ovvero l'estate cinematografica. Vera chimera per tutti i non vacanzieri. E iniziano a rendersi conto di dover pur dare qualche ossicino in più da pappare a questi sdentati cani che abbaiano fra le fila della società. Vista la sovrabbondanza di finti autori che passeggiano per i set americani, è meglio rendersi conto sulla pelle del pubblico estivo, ormai incapace di criticare o lamentare alcun torto subito, le loro effettive capacità. Ad esempio tale sorte è toccata questo fino estate, inizio Settembre (data che è sempre da assegnare all'estate) a M. Night Shyamalan, enfant prodige indoamericano, che ha scal(ci)ato il successo con il primo film (nel 1999, "Il sesto senso") ed è poi sprofondato nel limbo dell'anonimato, trascinatoci più dalla critica avversa, che da una reale incapacità.
Shyamalan è tutto sommato un regista di tutto rispetto, (pensate che ha pure rinunciato a professare medicina, con grande dispiacere della famiglia). Sfrutta all'estremo le piccole idee che gli sguazzano in testa, e ci costruisce dei discreti film del mistero, che però finiscono sempre per cozzare contro la sua ambizione di nuovo Spielberg; esagera nel favoleggiare, esagera nei toni medi dei personaggi, esagera nella concitata tensione verso un finale altamente imprevedibile o imprevisto, esagera nella passione per gli alieni. La migliore delle sue caratteristiche è sicuramente la capacità di scegliere soggetti in grado di creare sin dai titoli un ampio immaginario visivo, che si estende ben oltre i margini dello schermo, e arriva fino a scavare nei nostri incubi più remoti. In "Unbreakable" ci ha raccontato la storia di un uomo indistruttibile messo al confronto di uno iperdistruttibile, per "Signs" ha affrontato la tematica dei cerchi nel grano, con "The village" ci ha portato in un villaggio isolato della Pennsylvania del diciannovesimo secolo, separato dal resto del mondo da mostri invisibili o incredibili. Tutte trame che invitano lo spettatore, a prescindere dall'effettiva resa filmica. Misteri che abitano la mente di chiunque, che sono già emersi in superficie. Shyamalan dà dimostrazione di un'ottima conoscenza dei mezzi di comunicazione procinematografici. In questo momento ci accorgiamo di alcuni punti di contatto fra l'indiano e l'americano (Spielberg), Bollywood e Hollywood, mistero e fantascienza si specchiano come fossero la stessa cosa, ma le imperfezioni li rendono solo simili. L'uomo medio, medio non mediocremente, ma medio socialmente, è il bersaglio del cinema di Shyamalan, bersaglio da centrare al cuore con la magia delle favole, le fantasie adolescenziali e gli incubi infantili, un bersaglio da lasciar sprofondare nell'immedesimazione più buia, senza via di scampo. La tecnica al servizio del racconto. La meraviglia al servizio del gusto. L'idiosincrasia del male al servizio del bene. La pubblicità al servizio del salvadanaio. La narrazione al servizio dell'ipnosi collettiva. Sull'onda di Spielberg, che ha sempre voluto raccontarci tutto come se fossimo bambini impauriti e affascinati da un mondo sconosciuto, spaventoso ma buono; Shyamalan vuole raccontarci tutto come se fossimo degli adolescenti fanatici, dei bambini cresciutelli e un po' più smaliziati, pronti a riconoscere che c'è molto più male che bene intorno a noi, ma disposti ad accettare solo quest'ultimo, succubi degli infiniti misteri del mondo, con il rifiuto di crescere che è solo un'ipotesi fra mille, ma potrebbe essere quella giusta, e la voglia di ribellione che è tanta, ma il microcosmo personale impedisce di guardare oltre il proprio naso.
Ebbene dopo qualche semiflop, "Notte" Shyalaman ci piomba nel vuoto di fine estate come una bomba H, con il suo nuovo film: "Lady in the water". E il gioco è sempre quello. Storia misteriosa, nella pubblicità solo un vago accenno a quella vastità di creature che potrebbero popolare il film, e a quella enormità di immagini che potrebbro scorrerci dinanzi agli occhi. Una ninfa Narf, protagonista di una favola per bambini di origine orientale, è cascata sulla terra per portare un messaggio di pace e speranza, e qualche brutta bestiaccia vuole impedirle di tornare a casa. Ad aiutarla la solita pletora di comuni mortali, tanto comuni da non sembrare nemmeno tanto mortali.
La scelta degli attori è molto Spielberghiana, Shyamalan decide di abbandonare le star (ha lavorato con Bruce Willis e Mel Gibson) e rendere il tutto più umano. Abbiamo Paul Giamatti, vero simbolo del nulla più vacuo, un Richard Dreyfuss alla decima potenza, nei panni del protagonista comune mortale, e la figlia di Ron Howard (che credo abbia venduto l'anima al diavolo in cambio di posti di lavoro al cinema per tutta la famiglia), Bryce Dallas Howard che interpreta la ninfa prescelta. Ragazza priva di sex appeal, della porta accanto, ma non quella alla quale speri di andare a bussare. In una parte meno importante recita proprio l'autore del film, che finora si è riservato un cammeo alla Hitchcock per ogni pellicola girata, e in questo film si pone, metanarrativamente e forse ironicamente, a salvatore di generazioni future. L'ambientazione è una sola per tutto il film, come già accaduto in Signs e The village, ed è un condominio di Philadelphia. Questa monolocalizzazione, facilita il senso di appartenenza alla storia, e la catalogazione e identificazione delle tracce della nostra fantasia sommerse nel racconto, che possono affiorare tramite i tanti abitanti della scena. La microcomunità abita lo spazio cinematografico dove sconfinano le creature del meraviglioso, è in questo atto di congiunzione, in questo fatidico miscuglio, che Night affronta direttamente il maestro Spielberg. Al contrario che nei precedenti film, questa volta Shyamalan si prende le responsabilità di creare uno spesso tessuto metacinematografico, metanarrativo, da sovrapporre alla normale strutturazione delle sue trame del mistero. Così la ninfa prende il nome di Story, motore della fiaba, ed elemento imprescendibile del racconto. Un critico cinematografico passeggia per il condominio amareggiato dalla noiosa vita passata davanti a filmacci, disilluso, civettuolo e antipatico si guadagna la morte, e ci affranca dell'eliminazione della negatività, quasi incarnando il vero nemico del film, il nemico di noi umani, o di loro cineasti, belva divoratrice ben più cattiva delle creature misteriose. La comunità inoperosa, bolla chiusa di spazio che ammazza il tempo, microcosmo di periferia che si lascia vivere mentre qualcun'altro decide la sua sorte (come anche in Manderlay di Von trier, dove già recitava Bryce Dallas Howard), è l'ovvia rappresentanza di un pubblico, di un mondo che non è più in grado di neutralizzare i propri nemici, senza anticorpi validi, non è più nemmeno in grado di credere alle fiabe.
Al contrario di Spielberg, Shyamalan, sembra non avere fiducia in un improbabile risveglio della gente sulla terra, la sua favola è sarcastica ed amara; la ninfa non porta luce con sè nell'oscurità delle vite silenziose, l'estraneo non è più fonte di intraprendenza e conoscenza, ma è solo un vagabondo mendicante aiuto: c'è che gli da due centesimi, chi un euro, e chi lo manda a quel paese.
Il film non vive di troppi momenti morti, si immerge subito nel mondo parallelo della fantasia attraverso un incipit inneggiante alla natura e all'acqua (elemento che già risultava emblema della vita in Unbreakable). Paul Giamatti, il protagonista, bersagliato dalla sfortuna, ridotto alla balbuzie e alla portineria, ex medico (guarda caso), incapace di trovare fede in niente dopo la morte di moglie e figli; prescelto come Guaritore della fiaba, si arrovella in tutti modi alla ricerca di una spiegazione, o soluzione, al mistero, e con l'aiuto degli abitanti cinesi del condominio, conoscitori dell'originale fiaba orientale, trova il modo di proteggere il ritorno alla terra madre della ninfa; il tutto fra qualche scossone horror e qualche fugace, quasi fulminea, nenia romantica. Interessante notare come fra gli inquilini del condominio non vi siano famiglie complete, o manca il marito, o la moglie, o entrambi, la solitudine pesa come un macigno nelle vite degli uomini comuni, e la magia della Ninfa spreme solo un po' di limone all'interno di una vodka liscia senza ghiaccio. Il tutto con un grosso balzo dell'immaginazione potrebbe anche portarci a vedere nella storia una metafora di una trincea in battaglia, che tenta di spedire un messaggero di pace alle forze nemiche attraverso un campo minato, senza speranza di risposta, ma irreprensibile nel proprio sforzo umanitario. Situazione che fa crescere il morale della truppa, ne migliora l'affiatamento, e che toglie un po' di amaro alla sconfitta certa.
domenica, novembre 05, 2006
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